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Bellino Varricchio - Il ciclismo di altri tempi

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Bellino Varricchio fu Sabatino e Vincenza Pepicelli, nato a S. Leucio del Sannio il 3 marzo 1911, fin da ragazzo ebbe la passione per la bicicletta. Appena giovincello convinse il padre a comprargli una bici da corsa.

Tutti i giorni, anche sotto la pioggia, il giovane ciclista si allenava sulle strade impolverate e sulle dure salite di Montevergine. Amava le corse lunghe e faticose. Sulla sua carta di identità, si leggeva: professione “ciclista”.

Il ragazzo credeva in questo sport, allora eroico. Il padre avrebbe preferito vederlo zappare accanto a lui, ma Bellino, giovane brillante, alto 1,74 capelli scuri, folti, ribelli, che lo facevano sembrare sempre spettinato, dopo aver conseguito il diploma di scuola media, decise che sarebbe diventato ciclista.
Incominciò a correre e subito conseguì lusinghieri traguardi. Iniziò a misurarsi con i più bravi ciclisti dell’epoca. Pastore, Carbone, Malabrocca, Lucchetti e altri. Bellino, nonostante l’apparenza di un giovine signorino, e di un viveur, si sacrificava volentieri per una corona d’alloro. Incominciava a Vincere, ma presto si accorse, anche perché incitato dal padre, che non si poteva vivere solo di coppe, targhe e di articoli sui giornali sportivi, le esigenze della vita erano altre.

Cercò il suo avvenire arruolandosi volontario nell’esercito (12.4.1929).

Assegnato all’8° Reggimento Genio, frequentò con successo il corso di Telegrafista e prestò servizio a Roma. Poco dopo fu promosso Caporale e in seguito Caporale Maggiore e aggregato al 2° Reggimento Bersaglieri.

La ferma gli fu ridotta a due anni ed il 17 ottobre del 1931 fu inviato in congedo illimitato. Ritornò a correre.

Il suo anno d’oro fu il 1934. Il 4 maggio vinse all’Arenaccia (Napoli), per distacco, la Coppa Rossi; il 29 agosto si classificò terzo alla Coppa Armando Diaz; e il 21 ottobre arrivò secondo alla Coppa “Città di Foggia” e collezionò tantissimi altri piazzamenti. Con questi brillanti risultati una squadra ciclistica di Ferrara lo avrebbe voluto assumere, ma sul più bello della sua vita sportiva, fu richiamato alle armi il 25 marzo del 1935 e assegnato al 10° Reggimento Genio (si avvicinava la guerra in Etiopia).
Il 17 maggio la 27^ Compagnia Trasmissione, dove prestava servizio, si imbarcò nel porto di Napoli, su un bastimento carico di soldati e di armi, diretto ad Asmara (Eritrea).
Nelle ore libere dal servizio, si allenava con la bici sulle strade sabbiose del deserto. Bellino si distinse come ciclista anche in Africa, partecipando a varie corse. Fra quelle dove ebbe maggiore successo fu Asmara-Addis Abeba (21.4.1938), dove arrivò secondo e in altra con arrivo ad Asmara, si classificò quarto.

La guerra in Etiopia.

In questo conflitto prese parte la “crema” del fascismo. In cerca di una facile gloria partirono quasi tutti i gerarchi, dal segretario del partito Storace a Farinacci compresi i figli di Mussolini, Vittorio e Bruno, il genero Galeazzo Ciano e il nipote Vito. Non mancarono i parenti della casa reale, e i giornalisti più famosi. La guerra non fu facile come si pensava in un primo momento.

Il generale Badoglio, su ordine di Mussolini, per aver ragione della accanita resistenza dell’esercito dell’Imperatore, Hailè Salassié, fu costretto ad usare i gas tossici proibiti dalle convenzioni internazionali.

Il 5 maggio del 1936 Mussolini da Piazza Venezia annunciava che il Generale Badoglio, alla testa delle truppe vittoriose era entrato a Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. La guerra nell’Africa Orientale era finita. Il Negus Hailè Salassiè si era rifugiato a Londra.

Il 21 novembre del 1936, terminate le ostilità e dominate definitivamente le forze ribelli etiopi, l’esercito di occupazione italiano fu parzialmente smobilitato e Varricchio collocato in congedo illimitato in “Colonia” per motivi di lavoro. In questa guerra il caporale maggiore Varricchio fu autorizzato a fregiarsi della “Medaglia commemorativa” delle operazioni militari in Africa Orientale e decorato della “Croce per merito di guerra”. Il 20.11.1938, in una breve licenza in Italia, Bellino, nella bella chiesetta dei Cavuoti, sposò Esterina Varricchio. Dopo un breve viaggio di nozze, la giovane coppia partì per l’Eritrea.

Si sistemarono in una graziosa villetta nel villaggio “Paradiso”, nei pressi di Asmara ,dove vivevano quasi tutte le famiglie italiane. In questa località la famiglia Varricchio si arricchì con la nascita di due figlie Annamaria e Vincenzina. La comunità italiana era ben organizzata e affiatata. Si incontravano la domenica durante la messa ed in altre circostanze. Nella piccola Italia vi erano diversi compaesani tra i quali Antonio Mazzeo (genitore del compianto dottore Nino Mazzeo) ed il radiologo dott. Soricelli. Bellino, correva, andava a caccia, giocava a tennis. La vita in colonia non era per nulla negativa. Le villette erano in legno, simile a quelle inglesi. Un bel giardino e tanto spazio dove le due figlie potevano scorazzare. La più piccola, Vincenzina, una ragazzina molto vivace, per gioco, diede fuoco alla casa. Per fortuna si mobilitò tutto il vicinato e con l’aiuto dei pompieri i danni furono limitati. Poi, come nelle favole, la triste realtà. Lo scoppio della 2^ Guerra Mondiale. Il 19 maggio del 1940, Bellino fu richiamato in servizio, partecipando alle operazioni di guerra per tutta la campagna militare nell’Africa Orientale. Poi l’illusione delle folgoranti vittorie di Rommel, la volpe deserto, l’arenarsi della lunga corsa dei carri armati davanti ad Alessandria, la riscossa definitiva Anglo-Americana e la nostra grande disfatta di El-Alamein. Migliaia di prigionieri italiani e tedeschi e l’internamento nei campi di concentramento. Da quella sconfitta, le velleità italo-tedesche in Africa Orientale furono definitivamente vanificate e compromisero l’esito della vittoria finale. Anche Bellino, nel marasma generale del tracollo, fu fatto prigioniero. Il campo di concentramento inglese, dove erano rinchiusi migliaia di soldati, si trovava a pochi chilometri da Asmara, in pieno deserto, circondato da dune e da qualche palma nana. Bellino, con la chioma corvina divisa sulla fronte, si aggirava per il campo come un leone in gabbia. Cercava di individuare qualche varco nel filo spinato che circondava il campo, ma le sentinelle, con il fucile in spalla scoraggiavano sul nascere ogni idea di fuga. La moglie, la signora Esterina, con l’aiuto del prete del villaggio “Paradiso”, a bordo di un’auto sgangherata, fece qualche sopralluogo nei dintorni del campo per vedere come aiutare a fuggire il marito. Dopo alcune ispezioni organizzarono il piano. Un giorno caldissimo, arrivarono nei pressi del campo nel momento della distribuzione dello scarso rancio. Fermata l’auto dietro una duna, il sacerdote si avviò a piedi all’ingresso del vasto recinto di filo spinato, mentre la moglie di Bellino attendeva trepidante nell’auto.

Il prete si presentò al corpo di guardia e chiese il permesso di portare un po’ di conforto ai prigionieri.

Dopo essere stato sottoposto a perquisizione, gli fu possibile entrare nel campo. Impartì benedizioni, incoraggiò i più deboli, portò qualche parola di conforto e intanto si guardava intorno per cercare di individuare l’amico Bellino. Questi, notato il prete del villaggio, si avvicinò al gruppo di prigionieri che circondavano il religioso. Facendo finta di non conoscersi si scambiarono qualche parola. Poi insieme, come in una confessione, si soffermarono nei pressi delle latrine del campo chiuse da pezzi di lamiere. Il sacerdote vi entrò per un momento. Ne uscì quasi subito, dopo aver lasciato nascosto una sottana nera ed un berretto da prete, mezzo sgualcito. Poi da solo proseguì per il campo verso gli altri sventurati.

Uscito il prete, Bellino dopo un po’ si introdusse nella stessa latrina. Venne fuori dopo qualche ora che l’amico sacerdote aveva lasciato il campo. Bellino indossò la lunga veste nera da prete, il berretto ed uscì mischiandosi con gli altri prigionieri. Ascoltò le loro pene, le preoccupazioni, e a tutti, il finto religioso, diede coraggio, impartì benedizioni e raccomandò preghiere. Dopo qualche ora, nel momento più caldo del pomeriggio, quando tutti cercavano un po’ di riparo dai raggi infuocati del sole, il prete si avviò ad uscire dal secondo ingresso del campo sorvegliato da cinque soldati al comando di un giovane ufficiale. Il prete, in perfetto inglese, salutò l’ufficiale e fece un segno di benedizione verso i soldati. Con passo calmo, oltrepassò la duna e si avvicinò all’auto che l’attendeva. Dopo un breve abbraccio la donna ed i due sacerdoti si allontanarono dal campo. Era ormai notte, quando Bellino, ancora travestito da prete, insieme a sua moglie si presentò a casa davanti alle figlie stupefatte dello strano abbigliamento del padre. Finché le cose non si tranquillizzarono, Bellino visse nascosto in casa. Sotto il letto delle figlie scavò una buca e quando nel villaggio arrivava qualche pattuglia di soldati inglesi, si celava nel suo rifugio.

Dopo qualche tempo, l’amministrazione inglese cercava personale italiano che parlava bene l’inglese ed era esperto di amministrazione. Con l’aiuto di amici influenti riuscì ad essere assunto ed avere una buona paga. La famiglia nel dicembre del 1947 rientrò definitivamente in Italia. Visse per un breve periodo a S. Leucio del Sannio e poi Bellino per i suoi meriti di guerra entrò come impiegato nel Ministero degli Esteri. A S. Leucio del Sannio nacque l’ultimo figlio Manlio. Bellino, dopo una vita avventurosa, cessò di vivere a S. Leucio del Sannio il 29.9.73.

Benemerenze: due “Croci di guerra”: una nella guerra del 1936 ed una nella guerra 1940-1941 e infine nominato “Cavaliere del Lavoro”.

Si ringrazia i fratelli Alberto e Bruno Varricchio, che hanno effettuate pazienti ricerche presso biblioteche ed Enti, in particolare presso il Ministero degli Esteri al quale va il loro particolare riconoscimento.

Fonte: Il Sannio Quotidiano

 

 


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