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I primi fuochi

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Tratto da LA COLLINA DELLE QUERCE - San Leucio del Sannio tra cronaca e storia - di Carmine Porcaro


Agosto 1085: per atto di Giovanni, chierico e notaio di Benevento, sottoscritto da Audealdo, pure notaio, tali Giovanni Alferio e sua moglie donano alla chiesa di San Nazzaro, costruita nel luogo detto « Collina », una vigna, sita nel medesimo luogo.

Dicembre 1085: i fratelli Urso, Madelfrido e Burrello, si rivolgono a un magistrato per la soluzione di una lite che essi avevano con un certo Giovanni, figlio di Bernardo, lite riguardante una terra nel luogo detto « Collina » (Ubi caprulanu dicitur et ubi campo nepotaru nominatur) (1), in cui erano stati scavati dei fossati, rotte le siepi e tagliati degli alberi.

Agosto 1171: per atto del notaio Giacomo di Benevento, giudice Persico, il presbìtero Guglielmo, figlio di Adeodato de Ceppaloni, cede ad Alfredo Scorso una terra «vacua» (2), sita fuori la città di Benevento, nel luogo detto «Collina», presso la chiesa di San Leucio; e riceve in cambio due comprensori di case, siti dentro le mura della città nuova di Benevento.

Il luogo detto «Collina» è il genitore più antico che si conosca del grazioso paesello che oggi si chiama San Leucio del Sannio. La consultazione dei « Regesti delle Pergamene », gli antichissimi e preziosi documenti conservati dai benedettini di Montevergine ci consente di affermare, con buona sicurezza, che la nascita del paese può essere collocata intorno all'anno Mille. E d'altra parte il viaggio a ritroso nel tempo, compiuto attraverso l'esame scrupoloso delle costanti demografiche locali ci aveva portato più o meno allo stesso periodo.

Della chiesa locale troviamo notizia in una pergamena del 1158 che fa parte ugualmente del patrimonio di Montevergine; vi si parla di « Ecclesia Sancti Leuch de Collinis ». La stessa denominazione compare in una bolla del 1343 dell'Arcivescovo Arnaldo di Brusucco.(3)

In un tomo della Biblioteca Virginiana, il 392, a pagina 70 è contenuta una carta del 1298: vi si afferma che il luogo «si dicesse il 'Casale dei Collinari'». Non è stato però possibile determinare con precisione la data che coincide con il «battesimo» del paese e l'imposizione del nome di San Leucio. L'identificazione del paese col nome del santo vescovo di Brindisi non elimina del tutto il ricordo collinare: fino al 1640 (non il seco lo XIV come afferma con affrettata sicurezza il Meomartini) ritroviamo sistematicamente San Leucio de Collinis o de Collina (4).

Dopo quasi tré secoli, siamo al 1928, arriviamo alla dizione definitiva: San Leucio del Sannio. Ad evitare l'omonimia con San Leucio di Caserta un provvedimento reale, firmato da Vittorio Emanuele III e controfirmato da Mussolini, in accoglimento di un istanza del podestà Filippo Zamparelli, mette le cose definitivamente a posto.

Abbiamo detto di una nascita riconducibile all'anno Mille. Un fatto probabilmente casuale, forse il frutto di una donazione (erano frequenti, lo abbiamo visto all'inizio); poi l'attestarsi dei primi nuclei, i primi incroci.

Abbiamo volutamente messo da parte ipotesi non controllabili con un certo rigore, ritenendole di scarsa credibilità e valore. È per questa ragione che dobbiamo arrivare al 1600 per poter iniziare discorsi scientificamente validi ed incontestabili.

Il Casale de Collinis, nel 1606, ha una popolazione di 729 anime (abitanti) concentrate in 175 « fuochi » (sono i nuclei familiari). Apriamo un brevissimo inciso per ricordare che l'imposta « focatica », antenata dell'attuale imposta di famiglia discende, etimologicamente, proprio da « focus » (focolare, famiglia). La media di abitanti per famiglia risulta di 4,15.

D'interessante, sfogliando nei cognomi locali, troviamo un Bartolomeo Foleppa alias Zollo (un soprannome, questo Zollo cognome più diffuso della zona?) più qualche altro ora del tutto estinto come Moscetta e Cane.

I primi cognomi o fuochi di San Leucio sono dieci, più un undicesimo di modestissima consistenza. Eccoli:

Li Zolli, li Varricchi, li Fumi, li Feleppi, li Verdini, li Cavoti, li Pacchiani, li Ciardielli, li Rizzi, li Amiceli; l'undicesimo è costituito da li Giulli. E si denominano così le frazioni e le contrade i cui nomi sono arrivati ai nostri giorni fatta eccezione per li Varricchi poi diventata Valle, e li Fumi oggi conosciuta come Confini È interessante notare che la denominazione « li Fumi » si riferiva, oltre che alla zona attualmente chiamata Confini anche alla contrada Pizzi Russi appartenente al vicino comune di Ceppaloni. Pizzi Russi nasce, come toponomastica attuale, da un Nicola Fumo detto «Pizzirusso» abitante del posto; un posto che, tra l'altro, costituiva il varco di confine tra lo Stato Pontifìcio (San Leucio) ed il Regno delle Due Sicilie (Ceppaloni) e come tale la sede di ufficio doganale. Questa informazione è storicamente inconfutabile, ed è stata accertata attraverso un «liber mortuorum » consultato nella chiesa dell'Annunziata a Ceppaloni. Sono fra l'altro registrate, in questo libro, le morti di due guardie doganali in servizio al posto di Pizzi Russi. La denominazione di «Confini» nasce dunque proprio dal fatto che qui era la linea di demarcazione.

Le ipotesi sull'origine di San Leucio lasciano, naturalmente, qualche ragionevole dubbio. La donazione rimane la supposizione più attendibile, anche se intomo a essa manca una prova certa. Ma i tempi erano quelli che erano e San Leucio gravitava pur sempre nell'orbita di Benevento, che a quell'epoca era un centro di grosso interesse e di notevole peso: una specie di ombra che ha impedito l'uscita allo scoperto del piccolo nucleo in formazione. Non ci sentiamo di avallare una convinzione piuttosto diffusa secondo la quale l'antica San Leucio sarebbe da identificarsi con Montecalvo, la collina più prossima a Benevento. In tutte le carte che abbiamo consultato l'accostamento non è mai venuto fuori, nella maniera più assoluta.

All'assetto attuale, San Leucio ci è arrivata nel 1860, al tempo dell'Unità d'Italia. È anche il tempo dell'aggregazione della frazione Casale de' Maccabei, posta giù nella Valle del Sabato, a qualche chilometro dal capoluogo. Ma « Li Maccabei » affonda le proprie radici piuttosto lontano, addirittura nella plurimillenaria storia dell'antica Maleventum, per averne fatto parte quasi integrante. La storia della frazione, oggi fortemente spopolata, si identifica con il nome dei presunti possessori, i nobili beneventani Maccabeo, di cui oggi si è persa ogni presenza.

Geologicamente parlando, San Leucio si colloca nel pliocène medio-superiore (dunque un'età, grosso modo, di una sessantina di milioni di anni), su arenarie (numerosi i ritrovamenti di fossili, in particolare conchiglie): per conseguenza, una terra sommersa da acque salate, poi venuta fuori alla vigilia del quaternario che è l'era geologica che tuttora stiamo vivendo.

Ritrovamenti archeologici di un certo interesse pare siano avvenuti nella zona conosciuta come «Pianalfieri» (5): si parla di colonne in pietra e marmo di età romana. Non risulta però che, di questo materiale, vi siano oggi delle tracce.

Reperti di epoca più recente sono tuttavia venuti fuori in varie località. Tombe e ruderi, resti dell'antico trat- ture che collegava la Puglia al Tirreno sono stati osservati alla contrada San Marcelle. L'attuale strada provinciale Benevento-Ciardelli (Avellino) seguiva un tracciato diverso, a monte.

Antichissima è certamente tutta la zona di Rotola, giù nella Valle del Sabato: sta praticamente al confine di San Leucio con Ceppaloni. Da queste parti nasce, tra l'altro, la storia affascinante del noce e delle streghe in sarabanda, qui si scontrarono papalini e borbonici spesso ai ferri corti per affari di possesso e di ducati, quaggiù scorre l'antico Sabato, qui sopravvivono storie affascinanti di bagni estivi di tipo economico, e di uccisioni ed occultamenti: le raccontano ancora in molti, i bagni li fanno in pochi, continua la pesca di frodo con le lampade a carburo e i forchettoni, le anguille sono tuttora saporite.

Le streghe, invece, non volano ormai più anche se di èrica ce n'è ancora. Ora le scope non servono al volo delle vecchine terribili; al massimo vanno bene per ramazzare.

(1) Che viene detto Caprolano e che è denominata Campo Nepotaro.
(2) Potrebbe tradursi « sfitta » oppure incolta.
(3) Fra' Arnaldo da Brusacco: nobile francese dell'Ordine dei Minori, abate del monastero di Santa Sofia, fu eletto XXIII arcivescovo nel 1333 e morì il 22 gennaio 1344.
(4) L'affermazione è rigorosa. Nei registri parrocchiali (stati delle Anime, libro dei morti, delle nascite e dei cresimati) la dizione è sempre questa.
(5) I signori Alfieri di Benevento avevano vasti possessi in queste zone; oltre la località citata, abbiamo una Torre Alfieri in direzione di Benevento, ed una masseria Alfieri in tenimento di Beltiglio di Ceppaloni. Gli Alfieri avevano anche dei terreni nei pressi della chiesa.


 

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