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Roseto - Per un sacco di grano

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Pietro Zerella da “Angela la scala della vita e altri racconti”, La Collina

"Fate presto, camminate, ci vuole ancora molto per arrivare”.

Il capo cordata sollecitava gli amici di non fermarsi, non attardarsi.
Avevano percorso a piedi soltanto 30 chilometri, ne dovevano percorrere altrettanti. La meta era ancora lontana.
Stava per terminare la guerra. Benevento era stata bombardata. I tedeschi avevano iniziato la ritirata dal Sud verso il Nord.

La città si era quasi svuotata: molti erano rimasti senza abitazione e fuggivano nei paesi limitrofi. Ogni casa aveva una famiglia di sfollati. Era
stata occupata finanche la piccola grotta, scavata nel sasso, che da Benevento porta a S. Leucio del Sannio.

Il paese collinare, già povero, fu ulteriormente immiserito dall’affollarsi di tanti “profughi”. Fra le persone note, c’era la famiglia di Alfredo Zazo,
studioso e storico, che aveva trovato ospitalità nella Villa di Antonio Iannace. Da questo osservatorio scrisse il diario di guerra di quei giorni.
Altri sfollati trovarono rifugio anche nei locali del comune.

Non si trovava più nulla da mangiare. Nei campi erano scomparse anche le verdure selvagge. Si mangiava pane fatto con le fave o con le ghiande. Da
queste, arrostite, si ricavava un imbevibile caffé. Il poco pane bianco si dava ai malati ed ai bambini.

A San Leucio, ma anche nella vicino Beltiglio, si sparse la voce che nei paesi di confine con il foggiano, Castelfranco in Miscano, Roseto (Foggia)…si
poteva trovare ancora del grano e del granturco. Fu un passa-parola veloce.
I più audaci, per lo più giovani dai quindici ai venticinque anni, con sacchi in spalla si mettevano in cammino. In fila indiana partivano subito dopo
mezzanotte per arrivare la sera a destinazione. Con gli uomini vi erano anche giovani donne e madri. La distanza da percorrere era di circa 60 chilometri.
Arrivati in quelle zone, il gruppo si sperdeva nelle immense campagne e nelle masserie in cerca di grano o pagnotte di pane ed altro da portare a casa. Di
solito tutto ciò si barattava con fiammiferi, accendini, sapone, tabacco…

Quei contadini erano molto ospitali. I giovanotti, spesso, la sera ridevano e ballavano, forse, per dimenticare la guerra, i lutti e la miseria. A volte, fra
i giovani c’era qualche innamoramento con le ragazze del luogo. Un bacio fugace e la promessa di ritornare. Passata la mezzanotte, con i sacchi di provviste
sulle spalle, si ripartiva. Il ritorno era il momento più difficile.

Si poteva essere bloccati dalle forze dell’ordine ed avere il grano sequestrato e essere denunciati per contrabbando e mercato nero. A volte dei
finti carabinieri o poliziotti si appropriavano della merce di qualche sfortunato che, isolato, cadeva nelle loro mani. Si viaggiava in gruppi
numerosi per non essere depredati. Alla comparsa della polizia era un fuggi-fuggi nei campi, un nascondersi dietro le siepi.

In prossimità di Benevento, la compagnia si divideva per evitare i controlli della polizia e dei soldati americani. A volte si attendeva la sera per
aggirare la città per vie secondarie e impervie.

Non tutti ritornavano con il sacco pieno. Qualcuno faceva ritorno a casa più povero di prima perché era finito nelle mani dei banditi. Questi, oltre a
perdere la roba, ricevevano anche schiaffi e calci.

“Eugenia, Eugenia, sono qui” la voce disperata del marito percorse la lunga fila dei compagni e poi marito e moglie si trovarono l’uno nelle braccia dell’ altro.

Entrambi piangevano: “Non preoccuparti, l’essenziale è che siamo a casa sani e salvi. Io ho salvato qualcosa da mangiare”, assicurava la moglie.

Il marito, Carmine, un giovanottone alto e robusto con mani callose dal duro lavoro dei campi, era stato aggredito da un gruppo di banditi, pochi chilometri
prima di arrivare in paese, mentre la sua donna e le altre giovani erano riuscite a fuggire, salvando i pochi chilogrammi di maccheroni che avevano
acquistato a Roseto. Carmine aveva mandato il gruppo delle donne, quasi tutte parenti, per una strada secondaria, mentre lui, per attirare l’attenzione di
qualche male intenzionato, aveva percorso la strada principale sicuro che, se lo avessero fermato, avrebbe saputo difendersi.
Grazie alla sua forza, portava sulle spalle un pesante sacco di frumento.
Nel camminare si guardava intorno, cercando di prevenire eventuali sorprese da parte di malintenzionati.

All’improvviso da sotto un ponte uscirono tre uomini armati che gli intimarono di consegnare il grano. Carmine cercò di difendersi, ma uno dei
banditi gli puntò alla tempia una pistola, e allora non oppose più resistenza.
Fu legato e giù, pugni e calci: volevano sapere dove fossero i suoi compagni.
Non ricevendo alcuna risposta, lo sventurato fu lasciato legato, privo di conoscenza. Dopo qualche ora, il frinire delle cicale lo svegliarono. Subito
fece un tentativo di liberarsi le mani, ma fu inutile. Tentò ancora, ma niente.

Lo sforzo lo privò completamente delle forze. Intravide la guerra, il sangue, l’ Albania lo scoppio di una granata e la ferita alle gambe. La Croce Rossa, la
degenza in ospedale, la visita della Regina Margherita e di Mussolini ai feriti. La dolcezza della prima e la mascella dura del secondo che si
soffermava solo presso i feriti appartenenti alla camice nere, mentre la Regina portava una parola di conforto a tutti i soldati, che combattevano in prima
linea.

Carmine avrebbe voluto protestare con il Duce, dirgli: “Siamo noi che andiamo a morire in prima linea, la camice nere vengono dopo a raccogliere i frutti del
nostro sangue”. Non poteva dirlo e ancora si rammaricava di questa ingiustizia, quando, il suo cane “Badoglio”, ritornato, iniziò a leccargli il viso. Carmine
si riprese e con un tremendo sforzo riuscì a slegarsi.

La sua stessa disavventura era stata vissuta da un ragazzo di Beltiglio, di appena dodici anni, Raimondo, che con la giacca strappata e con il viso
tumefatto dalle botte, non era riuscito a sfuggire all’agguato. Alcuni banditi, vedendolo piccolo, lo avevano picchiato e gli avevano portato via il sacchetto
di grano e anche la bicicletta. Il ragazzo, aggrappato alla ruota del mezzo, piangendo gridava: “la bicicletta no, non potete togliermela, è la mia vita, è
tutta la ricchezza della mia famiglia”. Poiché non mollava la presa dalla ruota, con ceffoni e calci lo costrinsero a lasciare il suo tesoro. (Il ragazzo
tornò a casa piangendo senza il mezzo ma con un po’ di grano che gli amici avevano raccolto fra loro).

Casi simili se ne contavano a decine.

Per le strade era un via-vai di gente in cerca di un po’ di farina o qualcosa da mangiare da portare a casa.

Non erano ancora terminati i bombardamenti su Benevento, che le case semidistrutte erano assalite da branchi di gente senza scrupoli, “sciacalli” in cerca di biancheria, argenteria o qualche soldo nascosto. I negozi erano svuotati in pochi minuti e la merce venduta alla borsa nera.

Dopo qualche anno dalla furia devastatrice, molte persone, con i soldi ricavati dalle case depredate, aprirono negozi e ristoranti. Diventarono “Don”, riveriti e rispettati.


2007 pzerella@libero.it


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