di Pietro Zerella
tratto dal suo libro “Angela la scala delle vita e altri racconti” - La collina 2007
Cap.1
Da molti anni, ormai, tantissimi, Remigio non ricordava più la data del suo ingresso nel penitenziario di S. Stefano.
Aveva forse settanta, ottanta anni, neanche di questo serbava memoria. Aveva perso ogni cognizione del tempo.
Era stato messo in catene che aveva appena 20 anni. Le sue mani avevano impugnato più volte il fucile per uccidere. Tutto era avvenuto in una partita di caccia…
I genitori di Giuseppe, Carlo Servodidio e Clorinda Colosseo, da generazioni, lavoravano alle dipendenze del marchese Matteo Zattéra. Il padre lavorava nei campi e la madre nelle cucine del palazzo. Avevano due figli Giuseppe e Maria che fin da ragazzini impararono a lavorare nelle proprietà del marchese.
Il padre, un uomo robusto e generoso, sapeva solo zappare. Aveva le mani forti e callose. La sera, stanco, mangiava appena un boccone, si buttava sul lettone e si risvegliava all’alba, per trovarsi al sorgere del sole già con la zappa in mano.
La moglie la mattina presto si recava al palazzo mentre i figli si gestivano da soli durante la giornata. Cresciuti in fretta, incominciarono a seguire i genitori nel lavoro, automaticamente, quasi come un asino che gira tutti i giorni trascinando la pietra di un mulino. Era diventata per la famiglia una condanna ereditaria. Nonostante tutto avevano un alloggio ed il vitto assicurato per tutto l’anno.
Giuseppe riuscì a frequentare la scuola elementare fino alla terza classe, grazie alla particolare benevolenza del marchese, poi fu sistemato nella stalla alla cura del cavallo, di una giumenta e due asini.
Giuseppe aveva un debole per Morello, un bel cavallo nero con una chiazza bianca sulla fronte. Lo strigliava, lo accarezzava, gli parlava, era diventato il suo migliore amico. Aveva imparato a cavalcarlo senza sella perché il ragazzo era ancora troppo piccolo. Faceva avvicinare il quadrupede al muricciolo e gli saltava in groppa. Quando il marchese era via, lui galoppava felice nei campi, lontano dal palazzo.
La sorella Maria, molto bella, con due treccine lunghe e due occhi grandi e scuri, era diventata una splendida signorinella, ma ancora acerba e ingenua. I giovanotti del luogo l’avevano già adocchiata. Era addetta a lavare i piatti in cucina, come la madre.
Giuseppe cresceva forte, aveva dei grandi occhi color nocciola, galoppava il suo Morello veloce come il vento, era sveglio e intelligente. Il marchese gli voleva particolarmente bene, non mancava di fargli dei complimenti e donargli qualche indumento. Era stato lui ad incoraggiarlo ad andare a scuola, lo avrebbe voluto mandare a studiare in città, ma lui preferì stare vicino ai suoi
genitori.
La vita di Giuseppe scorreva tra la stalla, il cavallo ed i coetanei degli altri dipendenti della nobile famiglia. La sorella spesso si recava nella scuderia a parlare e scherzare con il fratello; si volevano molto bene.
Un giorno Giuseppe fu inviato dal marchese in città per ritirare una nuova bardatura per il cavallo.
Il ragazzo, caricata la sella sul calessino, se ne ritornò subito al palazzo insieme al cocchiere.
Giuseppe andò direttamente nella stalla per dare da mangiare al suo amico Morello. Mentre entrava nel locale, sentì delle grida a lui familiari:
“No, lasciatemi stare, non voglio, aiuto, aiuto, mamma, papà, Giuseppe, aiutatemi, signore lasciatemi andare”.
La sorella si divincolava sulla paglia e gridava sotto il grosso corpo ansante del marchese che cercava di abusarne. Giuseppe accorse subito in aiuto di Maria, raccolse da terra il forcone della paglia e lo infilò nelle natiche del suo padrone. Questi; non più giovane - forse aveva 60 anni - lanciò un grido animalesco di dolore e si rivoltò sul fianco, mentre il sangue colorava
la paglia. La sorella ne approfittò per svincolarsi e correre via insieme al fratello.
Accorsero spaventati tutti gli inservienti presenti e, caricato il grosso marchese dolorante sul calesse, lo trasportarono all’ospedale.
Giuseppe convinto di averlo ammazzato, scappò via. Si recò spaventato, insieme a sua sorella, dallo zio Francesco, nel vicino paese. Gli sbirri gli diedero subito la caccia perlustrando anche le campagne. Il parente gli consigliò di fuggire in montagna, di stare per un po’ lontano, finché la cosa
si fosse ridimensionata. Ora, però, doveva allontanarsi al più presto, perché, immancabilmente le guardie sarebbero arrivate a bussare alla sua casa. Aggiunse che la sorella poteva restare con sua moglie e le sue tre figlie, perché non aveva commesso nessun reato. L’avrebbe protetta lui.
La mattina dopo, appena spuntato il giorno, Giuseppe salì in montagna in cerca di un rifugio per la notte, poi avrebbe pensato al resto. Il cavallo con disinvoltura si arrampicava sui selvaggi sentieri. Il giorno che fu costretto a fuggire, Morello lo seguì per un breve tratto, invitandolo con il muso a
montarlo.
Giuseppe si trovò, senza volerlo, un fuorilegge, eppure si sentiva un bravo ragazzo e non capiva la ragione per la quale doveva vagare tra i monti inseguito come un lupo feroce.
Si sorprendeva di pensare al marchese con amarezza ma senza odiarlo come si sarebbe meritato.
I pastori che conoscevano Giuseppe e la sua storia lo rifornivano di pane e formaggio e di qualche borraccia di vino. Dopo alcuni giorni gli consigliarono di cambiare zona, di recarsi su altre montagne oppure andare in cerca di un lavoro a Napoli dove nessuno lo avrebbe riconosciuto. Gli raccomandarono di non seguire la via del brigantaggio, perché questi, prima o dopo avrebbero fatto
una brutta fine.
Giuseppe non ci pensava proprio a questa eventualità. Per ora era inebriato dalla libertà e dall’avventura. Era estate e la notte passava presto.
Non sapeva ancora quale sarebbe stata la sua vita, aveva solo quindici anni.
Preso dalla nostalgia e dalla necessità di sapere cosa si pensasse in paese, decise di andare a trovare i suoi genitori. Cavalcando per sentieri e strade poco frequentate riuscì ad arrivare a casa senza essere scoperto dai gendarmi.
Attraverso la porta del cortile, entrò nella sua casa. Nel cuore della notte i genitori lo accolsero con lacrime di gioia.
Lo pregarono di restare, il marchese era guarito ed aveva ritirato la denuncia a suo carico. La madre gli disse, tra le lacrime, “ in fondo il nostro padrone non è cattivo, ti ha già perdonato”. Ma Giuseppe aveva deciso di non restare, non era più quella la sua vita. Un’esistenza di sottomissione e
servilismo. Aveva assaporato la libertà ed in quei giorni, nella solitudine dei monti e nella veglia nelle grotte o nei pagliai abbandonati dai pastori aveva imparato a riflettere, a pensare, a guardare il mondo in altro modo. Vedeva per se un orizzonte più vasto.
Tutto il giorno rimase nascosto, chiuso in casa a riflettere su cosa fare.
La mattina presto i suoi erano appena usciti per andare al lavoro, sentì bussare alla porta. Erano due gendarmi. Giuseppe, si vestì, prese le sue cose e fuggi via dalla porta del cortile. I gendarmi se ne accorsero solo quando sentirono il galoppo furioso del cavallo. Gli gridarono dietro di fermarsi di
non temere, non erano venuti per arrestarlo, ma le parole si persero nel vento e nel rumore degli zoccoli sul selciato.
“Allora”, pensò Giuseppe, “il marchese non mi ha perdonato! Era solo una menzogna per farmi arrestare e condannare. Sapeva che prima o poi mi sarei fatto vivo per vedere i miei genitori”. Galoppò fin quanto arrivò alla casa dello zio.
Fu accolto dalla sorella con gioia, gli si buttò al collo e lo riempì di baci e lacrime, non lo voleva più lasciare. “Portami via” gli sussurrò all’orecchio, “portami via con te, lontano”.
Contro il parere dello zio, Giuseppe decise di portare con se la sorella.
Entrambi montarono in groppa a Morello ma, prima di partire, lo zio raccomandò loro che se avessero avuto bisogno si sarebbero dovuti recare presso un loro parente prete a Napoli.
Galoppando per strade di campagna arrivarono in vista del Vesuvio.
Lasciarono in custodia il cavallo al fattore di una masseria che apparteneva al marchese. Giuseppe era certo che quei contadini, legati alla terra più degli altri, non sapevano ancora dell’episodio del marchese. In quella tenuta il padrone non si recava mai; era il suo amministratore che ogni anno gli portava i conti. Giuseppe, presentatosi come il figlio di Carlo Servodidio, fu accolto con affetto ed ospitalità. Il padre era conosciuto in tutti i possedimenti del marchese per un ottimo lavoratore.
La sera furono alloggiati in una stanzetta fatiscente, sporca e piena di animaletti molesti. Non si spogliarono e si buttarono stanchi sul pagliericcio.
La mattina presto, Giuseppe, nel rimettersi la giacca, si accorse che nell’ interno della tasca c’era un borsellino con quattro ducati d’oro e un bigliettino scritto, dalla malferma calligrafia dal padre: “Stai attento, vai
lontano e non ritornare più a fare il miserabile come noi, istruisciti. Un bacio tatillo e mammella (il padre e la madre)”, la frase era così sgrammaticata che Giuseppe ne fece la ricostruzione.
I due fratelli piansero per la commozione e pensarono che quelli fossero i risparmi di una vita. Il fratello maggiore, per precauzione, divise le monete
con la sorella ed entrambi le fecero sparire nei vestiti.
Prima di riprendere il viaggio, Giuseppe andò ad abbracciare il suo cavallo e gli promise che sarebbe ritornato a prenderlo. Si recarono a Napoli in cerca di
lavoro. Bussarono ai portoni di varie famiglie blasonate, offrendo i loro servigi, ma inutilmente. Si sentivano rispondere che erano troppo giovani e non
avevano bisogno di ragazzi.
Dopo aver girovagato tutto il giorno, la sera si sentirono stanchi. Trovarono alloggio in una misera pensione. Mangiato un pezzo di pane e formaggio,
andarono a dormire.
La mattina presto uscirono all’aria aperta. Giuseppe sembrava più deciso.
Passegiarono un po’ lungo il mare che non avevano mai visto in vita loro e
studiarono sul da farsi.
Esperirono un ultimo tentativo. Andarono bussando ancora ad altre abitazioni di lusso; alla fine, stanchi e rassegnati, seguirono il consiglio dello zio.
Era il palazzo dei conti Ferri, dove il parente prete faceva da precettore ai figli dei nobili proprietari. Il religioso, ormai avanti con gli anni ma pronto
di spirito, li accolse con affetto e li fece accomodare nel suo alloggio.
Era una stanza piena di libri polverosi: al centro una grossa scrivania con un antico lume a petrolio. Sulle parete spiccava un antico crocefisso di legno
ed alcune stampe ingiallite di santi. In un angolo, il letto e un tavolo con qualche sedia, giusto l’arredo necessario per uno studioso.
Il sacerdote volle sapere dei suoi lontani parenti e poi chiese di cosa avevano bisogno i due fratelli. Questi gli raccontarono tutta la loro storia e
del comportamento del marchese.
“Lo conosco bene quel senza Dio, si prende l’anima della povera gente, ma vedrete che prima o poi arriverà anche per lui il castigo Divino, avete fatto
bene a venire da me, mi mancava proprio qualcuno della mia famiglia”, disse il sacerdote con sincero affetto.
Dopo averli fatti ristorare, lo zio li presentò al conte. Questi, un uomo di mezza età, alto, elegante, con begli occhi azzurri, chiese loro cosa erano
capaci di fare. Alla fine Giuseppe, fu sistemato alla cura dei cavalli e Maria andò a lavorare in cucina: “Per ora fate questi lavori, in seguito si vedrà”,
disse il conte.
Il religioso: “Non vi preoccupate, il conte è una brava persona, siete in buone mani, poi rivolto a Giuseppe gli disse di ritornare da lui la sera dopo
perchè voleva parlargli.
I due fratelli felicissimi si abbracciarono e si lasciarono per rivedersi all’ indomani.
A entrambi piacque il lavoro loro assegnato e così si avviarono ad una nuova vita.
Ben presto conobbero gli altri servitori e l’amministratore della nobile famiglia.
Giuseppe, la sera, dopo il lavoro, si recava nella stanza dello zio sacerdote per prendere lezioni e studiare. Il religioso aveva capito che il ragazzo era
sveglio e intelligente e che apprendeva subito.
“Allora, caro nipote, tu ormai devi studiare e un domani dovrai andare all’università”. Gli disse lo zio.
“Ma io non ho i mezzi, non ho tempo, devo lavorare, come faccio?”, “non preoccuparti”, gli rispose il sacerdote, “vuol dire che studierai nella stalla
durante le pause, se necessario di notte, e la sera verrai da me e ti preparerò io agli esami come i figli del conte. Parlerò con il nostro signore e ti farò
alleggerire il lavoro”.
A Giuseppe sembrò di toccare il cielo con un dito. Aveva impresso nella mente quella frase del padre: “… non ritornare a fare il miserabile come noi,
istruisciti”. Erano parole che gli martellavano nella testa, specie, quando era solo nella stalla, sentiva che non era quello il suo destino, non poteva
rimanere stalliere per la vita, aspirava ad altro.
Passarono gli anni e Giuseppe, sotto il parente precettore, arrivò all’ università, alla Federico II. Il suo benefattore e quello di sua sorella era
morto però aveva lasciato ai due fratelli una cospicua somma: a lui per poter continuare negli studi e alla sorella per potersi maritare.
Lo sorella si sposò con un bravo lavoratore e non aspirava ad altro che ad avere dei figli ed una casa.
Giuseppe si laureò in legge e diventò l’avvocato della nobile famiglia.
Vestiva elegantemente ed il suo portamento era fiero e sicuro. Mirava a diventare un principe del foro.
Ora finalmente, poteva andare a trovare i suoi vecchi genitori. Il suo reato, dopo tanti anni, era caduto in prescrizione.
I genitori quasi non lo riconobbero per come si era trasformato: “Sei bello, bello come un principe”. Mentre loro, mostravano tutti i segni dell’
invecchiamento accelerato dal duro lavoro. Giuseppe rimase per qualche giorno con il padre e la madre.. Chiese informazioni del marchese e volle andare a
trovarlo. Anche il nobile era invecchiato, aveva 70 anni ma sembrava averne cento. Aveva un cerotto sporco di sangue all’orecchio destro. Giuseppe gli
chiese cosa era successo e a fatica, il marchese gli raccontò: “A partire dal giorni in cui andasti via, la mia salute peggiorò, sembrava
una maledizione. Disgrazie e sciagure si abbatterono su di me. Nulla andò più bene”.
Si commosse, era affranto, avvilito, rassegnato. “E’ trascorso un anno da quando mi hanno rapito i briganti. Una sera d’agosto, mentre ritornavo dai
miei possedimenti nell’Irpinia. Chiesero un riscatto alla famiglia di 5.000 ducati d’oro per il mio rilascio, ma i miei non avevano quella somma e persero
dei giorni per trovarli da parenti e amici. I briganti che mi tenevano prigioniero, visto che i miei familiari non davano notizie, mi tagliarono il
lobo dell’orecchio destro e lo mandarono in un fazzoletto al palazzo. Dopo qualche giorno il riscatto fu pagato ed io potei ritornare a casa. Ma come vedi
quell’episodio mi ha fatto invecchiare di dieci anni. Non sono più buono a nulla, la mia vita non sarà lunga, figlio mio”.
Giuseppe, perplesso e in fondo dispiaciuto, anche se aveva subito dei torti dal marchese, ormai, in cuor suo lo aveva perdonato. Lo lasciò parlare, gli
avrebbe voluto rispondere “è quello che ti meriti”, ma lasciò perdere; non volle infierire su un uomo sull’orlo della fine.
Il marchese era rimasto solo, unico erede di una grande famiglia, con lui scompariva la casata dei nobili Zattéra. Non aveva avuto figli e la moglie era
morta al primo parto nel mettere al mondo il figlio maschio, tanto desiderato, che avrebbe dato continuità al casato. Il piccolo non sopravvisse alla madre.
Con lui avevano vissuto una vecchia sorella ed una zia.
Giuseppe narrò alla madre quanto era accaduto, le parole del vecchio marchese, quel “figlio mio”, forse detto solo per affetto. Giuseppe voleva
saperne di più. (Aveva sentito scherzare gli amici quanto erano ragazzi: “uagliù, nui simm tutti figli du marches, simm tutti nobili e cavalieri” e giù
tante risate).
Giuseppe incominciò a riflettere su molti particolari della sua infanzia: i regali, la particolare benevolenza, il perdono, tutto ciò che il padrone non
concedeva agli altri ragazzi.
La madre:
“ Figlio mio la vita è stata tanto dura per noi, pur di mangiare e sopravvivere abbiamo dovuto subire tante angherie, tante prepotenze, tanti
abusi. Tutti i padroni sono così con la povera gente, per fortuna che il mondo sta cambiando, ho saputo che un certo Garibaldi parla di libertà e lavoro, ci
vuole liberare dai Borbone, sarà verò? Ma”.
La madre cercò di rispondere indirettamente agli interrogativi del figlio, ma si accorse di non averlo convinto. Giuseppe lasciò perdere, aveva capito che la
madre gli nascondeva qualcosa, ma non insistette perché sapeva che la sua vita era stata tutta una sofferenza.
Nel momento di lasciare i genitori li abbracciò forte e disse ad alta voce: “Quei tempi stanno per finire, non vi saranno più né padroni né prepotenze,
forse Garibaldi è venuto al momento giusto”.
Mise dei ducati nella tasca del padre e andò via. Voleva portare i genitori con lui, ma la madre gli aveva risposto:
“ Tu vai per il tuo mondo, segui la tua strada, sei il nostro orgoglio ed il riscatto della famiglia. Vai. Noi siamo vecchi, restiamo dove siamo nati,
legati a questa terra e alla nostra borgata. Vieni spesso a trovarci e stai vicino a tua sorella ed ai suoi figli.”.
Si abbracciarono commossi e ripartì.
Giuseppe non aveva avuto il tempo di sposarsi pensando a studiare e a fare carriera.
Era diventato lo scapolo più corteggiato dalle donne della nobiltà napoletana. Fra questa c’era la figlia del conte suo benefattore. Avevano
studiato insieme con suo zio prete e insieme avevano frequentato l’università.
Era una bella ragazza dai lineamenti fini. Una moretta dagli occhi vispi e penetranti, un marroncino che esaltava il colore del suo viso. Giuseppe aveva
deciso di fare il grande passo.
Nel mentre fervevano i preparativi delle nozze, gli arrivò la notizia che il marchese Zattéra stava molto male e lo voleva vedere con urgenza.
Arrivò al palazzo nel tardo pomeriggio. Era la tipica giornata caldissima di fine luglio.
Passò dai suoi genitori e si informò della salute del marchese e se erano a conoscenza di cosa volesse. Loro sapevano soltanto che il loro padrone stava
morendo.
Giuseppe si recò al palazzo e trovò il marchese con una barba lunga, un viso cadaverico che si confondeva con il lenzuolo bianco che lo copriva.
Appena vide Giuseppe, con uno sforzo enorme, si sollevò per un attimo sulla massa di cuscini che lo sostenevano, fece allontanare il medico, il prete ed il
cameriere, e con la mano fece segno a Giuseppe di avvicinarsi.
Ogni movimento, ogni parola erano uno sforzo enorme per il fisico del vecchio, ormai al lumicino.
“Giuseppe devi perdonarmi e chiedo perdono a tutti coloro che abitano questa borgata e che mi hanno servito. Sono stato crudele, malvagio, ho abusato di
quasi tutte le donne che erano al mio servizio. Sono nati tanti figli che non ho mai conosciuto, ho rovinato la vita a famiglie che non lo meritavano. Ho
abusato del loro bisogno, forte dei miei soldi. So di non meritare né pietà né perdono. Però, prima di partire per l’altro mondo voglio emendare i miei
peccati e rimediare ai miei misfatti. Ho due cose da chiederti e mi devi giurare di portarle a termine… tu sei il…il mio sangue…”, “no… no…, non è
possibile, non è vero, è una cattiveria” gli gridò sdegnato fra le lacrime Giuseppe. Il vecchio lo guardò per l’ultima volta, sgranò gli occhi e si
accasciò sui cuscini.
Giuseppe chiamò il medico, ma il marchese Matteo Zattéra, si era spento senza un lamento tenendo stretta la mano del figlio, forse suo unico conforto.
Il funerale fu semplice, poche persone seguirono il feretro, solo lontani parenti, quasi nessuno della contrada lo accompagnò all’ultima dimora.
Nessuno gli aveva perdonato il male che aveva fatto: le piaghe sanguinavano ancora.
Giuseppe, sconcertato dagli ultimi avvenimenti, partì la mattina presto e si recò da suo zio Francesco.
Da lui volle sapere la verità, tutta la storia del Marchese e della sua famiglia. Suo zio, fratello del padre, era anche lui invecchiato, ma ancora
lucido.
Guardò Giusepe negli occhi e scorse la profonda sofferenza del nipote, determinato a conoscere il mistero che lo riguardava.
Mentre sorseggiavano un bicchiere di vino, lo zio, come cercando lontani ricordi avvolti nella nebbia del tempo, con gli occhi chiusi, evitando di
guardare il nipote, gli disse: “Ti aspettavo, sapevo che un giorno mi avresti fatto questa domanda. Io direi
di lasciare stare, sono ricordi passati. Dimenticati. Non ci pensare, guarda al presente”.
Giuseppe quasi lo aggredì: “Ma come…, si tratta della mia vita? Come faccio a lasciare stare. Ditemi la verità, vi prego, siete l’unica persona che può
aiutarmi”.
Lo zio:
“ Come vuoi. Allora erano tempi più duri di questi. Noi eravamo quasi schiavi della nobiltà, subivamo infamie e soprusi. Le nostre donne spesso erano oggetto
morboso dell’attenzione del padrone, a volte ne abusavano. Addirittura qualche secolo fa vigeva la legge che il signorotto doveva passare la prima notte con
la sposa e guai se non la trovava integra. Figlio mio, per noi uomini era umiliante quanto si scoprivano certe cose della propria donna. Figurati per
quelle poverette che per un tozzo di pane per i figli e per non mettere in pericolo la vita del marito o del fidanzato, tacevano e subivano. Quante notti
insonni hanno trascorso le nostre sorelle o mogli pensando alle nefandezze patite durante il giorno!”.
Dopo un profondo respiro per acquisire il coraggio di continuare:
“Tua madre subì la stessa sorte di tutte le donne che lavoravano al palazzo.
Era sposata da qualche mese quanto fu presa con la forza dal marchese. La tua mamma si difese, ma quel energumeno, aveva una tale forza che la povera donna
non era stata capace di liberarsi. Poi, disperata, dalla vergogna fuggì da casa e venne da me. Mio fratello, che era venuto a conoscenza del fatto, una sera
tardi entrò nella camera da letto del marchese per strozzarlo, ma all’accorrere del cameriere fu costretto a lasciare la presa e fuggire.
“Zattéra non lo denunciò. Io”, disse lo zio, “cercai di mettere pace tra tua madre e tuo padre e infine ritornarono insieme”.
(Il marchese abusava spesso delle giovani donne alle sue dipendenze. Se nasceva un bimbo nel casuale rapporto, aiutava la donna a crescerlo e poi
invitava qualche suo contadino a sposarla promettendogli una lauta dote ma obbligando i due giovani ad andare lontano, emigrare. Se la donna era già
sposata cercava di aiutare il nascituro trovandogli altrove una sistemazione lavorativa. Si vociferava che erano suoi figli, tutti quelli della contrada).
Un sorso di vino e: “In quella borgata chi più, chi meno, tutti hanno subito le prepotenze di
quel miserabile. Avrebbe fatto bene il fratello ad ammazzarlo quel giorno…”, Giuseppe era già andato via.
Rientrato a Napoli si recò direttamente al porto e s’imbarcò sul vaporetto diretto al penitenziario di Santo Stefano.
Da avvocato gli fu facile avere il permesso dal direttore per poter parlare con il detenuto Remigio Zattéra.
L’ergastolano era ridotto proprio male. Era il fratello minore del marchese.
Questi in una partita di caccia aveva cercato di ammazzare il fratello maggiore ma riuscì solo a ferirlo ad una spalla. Il guardia caccia accorso in
aiuto del padrone, fu fulminato da una fucilata di Remigio. Convinto di avere ucciso anche il fratello si diede alla fuga. Dopo qualche giorno fu arrestato.
Al processo dichiarò che aveva cercato di ammazzare il fratello per avere la prima genitura della casata Zattèra.
Dopo qualche mese riuscì ad evadere. Ripreso, fu rinchiuso nel penitenziario di S. Stefano, dove era impossibile fuggire.
Giuseppe riuscì a farsi capire e a dirgli che il fratello era morto e che lo aveva perdonato. L’ergastolano, che aveva accolto l’avvocato con indifferenza,
a queste parole si commosse e pianse come un bambino. Finalmente riuscì a tornare un essere umano. Aveva sempre desiderato una visita del fratello ed il
suo perdono ma Matteo lo aveva ignorato.
A questa scena anche Giuseppe rimase turbato e diede a Remigio una pacca sulle spalle per fargli sentire un po’ di calore.
Remigio: “ Ho pochi giorni ancora, poi seguirò mio fratello nell’altro mondo e così finiranno anche le mie pene. La nostra è stata una maledetta famiglia,
una malvagia casata”, ripeté con forza “ ed è giusto che la dinastia scompaia dai ricordi della storia. Abbiamo fatto del male ed io sono stato un Caino ed
un assassino. Volevo dei diritti che non mi appartenevano ed è giusto che finisca i miei giorni in questa cella senza sole”.
Guardando, ora, con una certa simpatia Giuseppe:
“Mi sembri un bravo ragazzo, chi sei e perché mio fratello ti ha incaricato di portarmi la sua ultima volontà? Parlami di te!”.
Giuseppe gli riferì dei suoi genitori e del marchese che, pentito, in punta di morte gli aveva dato questo incarico.
Remigio rimase pensieroso, voleva dire qualche cosa ma non si fidava, poi lo fece avvicinare e, sottovoce, come temendo che altri potessero ascoltare, gli
rivelò un segreto.
Giuseppe lo salutò abbracciandolo perché, infine, anche lui aveva pagato i suoi peccati e andò via.
Cap. 2
Giuseppe aveva un altro dovere da compiere prima di poter impalmare la bella contessina Caterina.
Passò dal notaio Barile che già lo stava aspettando da qualche giorno.
“Caro Giuseppe, finalmente posso conoscerti” gli disse il vecchio notaio con un paio di occhialini sul naso. Il marchese Zattéra mi aveva parlato di te e
del testamento”. Giusepe rimase allibito “quale testamento” rispose.
“Come non lo sai?” disse il notaio. “E’ quello che ti ha lasciato il marchese”; così dicendo chiamò la segretaria e, aperto un polveroso
contenitore, da una cartella giallina estrasse il documento. In esso c’era scritto che il marchese lasciava tutte le sue proprietà a Giuseppe per il bene
che gli voleva e per farsi perdonare di tutti i suoi errori commessi in gioventù e anche perché in lui scorreva il suo stesso sangue: era suo figlio.
Giuseppe non sapeva che dire. Il suo volto diventò bianco, rosso, di mille colori, tanta era l’emozione. Si alzò dalla poltroncina davanti all’immensa
scrivania e passeggiò nervoso per la stanza, incurante dello sguardo del notaio e della segretaria.
“Non accetto nessuna eredità e in me scorre solo il sangue del mio legittimo padre, Carlo Servodidio e di mia madre Clorinda Colosseo”, e fece per
andarsene. Il notaio, quasi intuendo il suo stato d’animo, gli disse: “Aspetta, ascoltami, non è finita” Giuseppe ritornò sui suoi passi, “vale a dire?”.
Il pubblico ufficiale gli lesse l‘altra clausola del testamento. L’una dipendeva dall’accettazione dell’altra.
Giuseppe per il bene degli abitanti della contrada accettò l’eredità.
Prima che la notizia si diffondesse andò dal padre, lo abbraccio e gli disse:
“papà, ti voglio bene”. Il padre che ignorava tutto, rimase allibito perché tali effusioni il figlio non gliele aveva mai fatte: “ anche io ti voglio bene
figlio mio”, rispose il padre.
La notizia si era subito sparsa nella borgata. Tutti sapevano dell’eredità di Giuseppe, ma non conoscevano il resto del testamento.
Una domenica si recò nella piccola borgata e riunì tutte le famiglie che erano state al servizio del marchese Zattéra. Dal balcone del palazzo, lesse
alle persone presenti il contenuto del documento. Evitò i preamboli:
“ Lascio le mie proprietà a Giuseppe Servodiodio e desidero ripagarvi dei torti che vi ho fatto implorando il vostro perdono…”.
La gente rimase ammutolita. Non aveva capito nulla.
Giusepe allora spiegò meglio agli astanti la volontà del defunto.
“Mi ricordo che da ragazzini ci prendevamo in giro dicendo che tutti noi eravamo nobili cavalieri perché imparentati con il marchese, e ridevamo. Non so
se era vero, però oggi tutti voi avete un pezzo di nobiltà poiché il marchese, che non aveva eredi, ha lasciato tutte le sue proprietà a me. Ora sono io l’
unico signore del feudo”.
La gente continuava a non capire, avevano però compreso che ora era lui il loro marchese.
Giuseppe tranquillo:
“Io non intendo essere il vostro signore, ma conoscendo le vostre sofferenze di secoli, è volontà del defunto marchese, per farsi perdonare, di lasciarvi
padroni del palazzo. Ognuno di voi sarà proprietario di un piccolo appartamento ed un pezzo di terra, sito in questa borgata. Io prenderò le terre lontane da
questo paese”. Traendo un respiro di sollievo: “Ora, come me, siete tutti nobili cavalieri” e, finalmente, riuscì a sorridere per la prima volta dopo
quei tormentati avvenimenti.
Questa volta tutti risero e si abbracciarono fra loro, come in un ballo in piazza. Una gioia repressa, mai ostentata in vita loro. Finalmente una nota
lieta in quella borgata. Un riscatto morale per dimenticare le offese subite da secoli.
I ragazzi gridarono evviva il marchese; e alla fine tutta la borgata si unì in un solo applauso. In quel momento, all’improvviso, si levò una folata di
vento che passò via veloce. Tutti rimasero impressionati: “E’ l’anima del marchese che ci ha salutato”, dissero in coro, sollevando gli occhi al
cielo.
Giuseppe stanco e distrutto, trovò il tempo di sposare la bella contessina.
Il viaggio di nozze fu splendido. Visitarono Firenze, Venezia, Parigi, girarono mezza Europa. Dopo un mese, felicissimi e stanchi, ritornarono a
casa.
Giuseppe riprese la sua attività e la routine quotidiana.
Una notte sognò un uomo in catene che cercava di parlargli, ma lui non capiva. Il vecchio con la barba lunga e incolta si sforzava di farsi sentire,
ma le sue parole si perdevano tra il rumore delle catene.
Giuseppe, alla fine, comprese il senso di quel sonno e si ricordò della promessa.
La domenica mattina partì con la sua bella moglie per il suo paesello.
Quando i genitori videro la graziosa contessa, si vergognarono di poter accogliere in così povere condizioni la moglie del figlio.
Comunque, i suoi genitori ora avevano un bell’appartamento nel vasto palazzo principesco, come molti altri compaesani. Ora potevano passare una vecchiaia
serena.
Quando si sparse la notizia che l’avvocato era tra loro, corsero tutti a salutarlo. I più vecchi gli baciavano le mani per ringraziarlo. Giuseppe disse
che voleva parlare a tutti.
Sotto il solito balcone si radunò tutta la borgata. Giuseppe raccontò dell’ incontro con il fratello del marchese nel penitenziario di S. Stefano e del
segreto che gli aveva confidato. Disse che voleva condividere con loro le confidenze del marchese, Remigio Zattéra.
Prima di svelare il segreto concordò il piano. Tutti dovevano partecipare alla ricerca e il tutto doveva essere diviso in parti uguali tra i presenti.
Gridarono tutti di sì, applaudirono, ma in verità nessuno aveva compreso di cosa si trattasse perché Giuseppe, nei suoi giri di parole, non aveva rivelato
ancora nulla.
Finalmente svelò il segreto:
“Dobbiamo trovare il tesoro nascosto da Remigio Zattéra, fratello del defunto marchese, esso si compone di diecimila ducati d’oro. I contadini che hanno
lavorato nel terreno del marchese potrebbero essere in grado di capire meglio dove si trova il nascondiglio”.
In coro i compaesani domandarono: “ dicci il segreto che noi lo scoveremo”.
State calmi e capitemi bene, e lesse ad alta voce il luogo dove si doveva trovare il tesoro:
“Il tesoro si trova a duecento passi dal palazzo: là dove il sole nasce alle spalle e calando lo illumina ”.
Tutti rimasero a bocca aperta. Giuseppe sembrava di aver parlato come una sibilla.
“Amici cari neanche io ho capito quale possa essere il luogo citato, di sicuro il tesoro si trova non molto lontano dal palazzo, non più in là di
duecento passi. Ora dobbiamo trovarlo, rimbocchiamoci le maniche e con zappa e picconi cerchiamolo”.
La piazza in un attimo si vuotò e subito dopo riapparvero i contadini con gli attrezzi necessari. Erano tutti euforici per la caccia al tesoro. Doveva essere
una cosa facile. A costo di scavare tutto il giardino, il tesoro doveva venire fuori.
I contadini avevano sempre favoleggiato di tesori di briganti nascosti sotto le radici di vecchie querce o murati nelle pareti di case o dei favolosi tesori
dei pirati. Spesso però, nelle casse, al posto di gioielli e monete d’oro, trovavano qualche scheletro uomo.
Furono giorni indimenticabili. Ogni capo famiglia si faceva aiutare dalla moglie e dal figlio, si scherzava sulla futura ricchezza, mentre il vino
correva in abbondanza.
Prima di tracannare il nettare di Bacco, rivolti alla statua di “Core Contento” i contadini gridavano: “alla tua salute”, e giù tutto di un fiato.
Sembrava un cantiere aperto in pieno fermento.
Per tutto il resto della giornata nessuno trovò nulla, solo qualche coccio antico e ossa di animali. Così fu per molto tempo.
L’interesse andò scemando e col tempo fu quasi dimenticato il tesoro del marchese.
I due giovani sposi, erano diventati una celebrità in città e Giuseppe il santo benefattore della sua contrada.
Spesso Giuseppe si recava dai sui vecchissimi genitori e portava anche i suoi due piccoli figliuoli. Un pomeriggio, aggirandosi per il giardino del palazzo,
notò che il viso di “Core Contento”, illuminato dai raggi del sole calante, era stato restaurato così grossolanamente da non sembrare più lui. Si sorprese di
fermarsi a guardare la statua, gli sembrava di vederla per la prima volta. Da quando era andato via da ragazzo non l’aveva più notata, eppure ci giocava con
gli altri monelli. La statua raffigurava un uomo allegro seduto su un barilotto di vino con la pipa in una mano ed un fiasco di vino nell’altra.
Core Contento era collocato al lato orientale del giardino, in una nicchia in muratura. Abbellivano il tutto, alcune pietre tombali dell’epoca romana. Il
personaggio, di terra cotta rossa, sembrava godersi la vista del giardino bevendo e fumando.
Durante la caccia al tesoro nessuno aveva notato e pensato a Core Contento.
Nessuno aveva compreso che la statua era l’oggetto del tesoro.
Giuseppe aveva così interpretato il rebus: al mattino Core Contento aveva il sole alle spalle, al tramonto lo aveva di fronte.
Subito comunicò la scoperta ai contadini.
In un baleno, gli abitanti, si riversarono nel giardino e assediarono la statua.
Della nicchia e del rivestimento di pietre non rimase nulla al suo posto. Ma non fu trovato nulla. Qualcuno preso dall’ira di tanto inutile lavoro, si
avvicinò alla statua: “Perché non parli? Ci stiamo ammazzando di lavoro e tu beatamente sorridi, continui a fumare e a bere”, e gli mollò uno scappellotto
sulla testa.
Quasi come un lamento, si sentii un rumore nell’interno della statua di terra cotta. L’autore dello scappellotto, sorpreso, fece un passo indietro, come
spaventato da un fantasma, poi piano piano si riavvicinò, chiamo gli altri e con voce tremante gridò: “Core Contento è vivo e si burla di noi”, sorridendo
gli amici, “come il solito hai bevuto più di Core Contento”.
Nel frattempo anche Giuseppe si era accostato. Guardò la statua con molta attenzione, la sollevò con delicatezza dal piedistallo e l’agitò. Questa volta
si udì chiaramente un suono metallico.
Molti suggerirono di rompere la statua e vedere subito il contenuto. Giuseppe continuò a rigirare la statua, ad ispezionarla centimetro per centimetro, ogni
volta che la muoveva sentiva nettamente un rumore all’interno. Poi, finalmente, notò un piccolissimo neo dietro la schiena, come un invisibile bottone. Lo
schiacciò e la statua si aprì in due. Nell’interno c’era una cassetta di legno di quercia.
Gli astanti, incuriositi e impazienti, già pregustavano la gioia del tesoro.
La cassetta finalmente, fu aperta. Tutti trattennero il fiato. Come il giocatore che butta sulla tavola la scala reale, Giuseppe mostrò finalmente il
contenuto della cassetta. Uno alla volta, come un prestigiatore, tirò fuori alcuni stracci.
Finalmente dalla cassa uscì il tesoro. Un “Oh, oh”, di meraviglia, “ma sono solo pochi ducati d’oro, e questo è il tesoro?”, disse in coro la borgata. La
delusione generale fu enorme. Qualcuno, però, notò, incollato sotto il coperchio della cassetta un bigliettino, scritto con una calligrafia incerta.
Giuseppe, che era il dotto lo prese e lo lesse ad alta voce:
“Cari compaesani, il tesoro l’ho trovato io e me lo porto via. Me lo godrò pensando alla faccia che farete, quando lo scoprirete. Nonostante tutto, vi
lascio alcuni ducati per ripagarvi del lavoro fatto. Vostro Giovannino, giardiniere del marchese”.
Pietro Zerella e.mail: pzerella@libero.it

