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RACCONTO DELL’EMIGRANTE di Pietro Zerella

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Lettere dall’America

Una mattina d’agosto, mentre con l’aiuto di alcuni muratori, sgombro la soffitta della casa di mio nonno Pietro per ristrutturarla, perché ormai vecchia e cadente: fra cassetti, e mobili fuori uso, nascosti da polvere e ragnatele, intravedo un fascio di carte e documenti vecchissimi.

Mi fa senso toccarli perché sono pieni di polvere e scarafaggi. Un topo, che aveva fatto il nido nel comodo nascondiglio, corre via.

Per precauzione, tiro un calcio alle cartacce, ma fra esse scopro alcune lettere vecchissime, mezze tarlate, alcune morsicate dai topi o ammuffite. Incuriosito ne raccolgo una, e poi come un pirata in cerca del tesoro, mi precipito a prenderle tutte e a cercarne altre, non curante più della polvere, degli scarafaggi o dei topolini che fuggivano da ogni parte.

Avevo trovato il tesoro!

 

Erano fogli scritti a mano dal nonno Pietro, con una calligrafia elementare e molte cancellature, indirizzate a suo padre, il mio bisnonno Angelo.

 

Erano lettere provenienti dagli Stati Uniti.

Ne riporto qualcuna.

“Caro tatillo   ( era il nome con il quale in quel tempo i contadini o la povera gente chiamavano il padre. I benestanti usavano chiamarlo papà e i signori e i nobili babbo.) e mammella, dopo due anni dalla partenza finalmente posso scrivervi di mio pugno.

Non meravigliatevi, qui in America ho imparato a leggere e a scrivere e a far di conto.

Altre volte vi ho fatto avere mie notizie da Nicola, il tutore al quale voi mi avete affidato all’atto della partenza dal porto di Napoli con il vapore Principe di Napoli.

Oggi forse vi domanderete e sarete curiosi di conoscere qualche notizia sulla mia prima attraversata, le mie impressioni, l’impatto con la nuova terra.

Ebbene oggi sono in grado di accontentarvi perché non ho più bisogno di dettare i miei pensieri e desideri a degli estranei. Volevo dirvi già da qualche anno tante cose care, specialmente a mammella mia, ma mi vergognavo di farlo sapere a chi scriveva per me.

Oggi mi sento libero, non più schiavo degli altri, posso esprimere tutto ciò che penso e che voglio e posso leggere di tutto, questa, tatillo e mammella mia, è stata la mia prima grande conquista, più di aver vinto la miseria e la fame.

Oggi non mi fa più paura l’America perché so leggere e scrivere, voi mi direte: “Figlio mio ti accontenti di così poco!”, ma per me che vivevo nelle tenebre dell’ignoranza è tutto. Al ritorno dal lavoro la sera sono distrutto, stanco morto, riesco appena a lavarmi e mangiare qualcosa e poi via, nel mio modesto alloggio, a leggere e scrivere e a studiare l’inglese.

Vi sto forse annoiando, caro tatillo, mammella nell’ascoltarvi dirà -Ma che dice questo figlio mio, mi sembra così mutato, non lo riconosco più con questi ragionamenti -.

Mammella mia, da quando mi sono allontanato da casa, ricordi? Avevo sedici anni, ho dovuto maturare in fretta e non puoi immaginare quanto mi è costato, quante umiliazioni, quante sofferenze, non poter capire chi ti comandava, non riuscire a trasmettere i tuoi pensieri... ma ora basta vi parlerò del mio viaggio.

Caro tatillo, poiché la nave non era ancora pronta per la partenza, per diverse ore dovemmo attendere sulla banchina del porto di Napoli.

Con noi c’era qualche altro nostro compaesano e Nicola, e molti napoletani, calabresi, siciliani e anche greci.

Ognuno di noi portava pacchi e fagotti legati alla meglio con qualche fune o spago. Essi contenevano per lo più miseri indumenti e qualche forma di formaggio di pecora, delle salsicce, e un po’ di ceci da mangiare durante il viaggio quando il mare era mosso.

Ricordo che nessuno sorrideva, né chi partiva né chi ci accompagnava.

Per Qualcuno era il primo e l’ultimo viaggio. Altri sarebbero ritornati ricchi o con qualche soldo. Altri non avrebbero mai più rivisto l’Italia, perché dispersi nella miseria della sterminata nuova terra.

Verso sera finalmente riuscimmo a salire a bordo della grande nave dopo tante formalità.

Ricordo che sulla banchina, prima di mettere il piede sulla scaletta della nave, dei ragazzi per pochi centesimi mi offrivano fogli di giornali. Io in un primo momento mi rifiutai di comprarli, ma Nicola, al quale mi affidaste, perché ero minore d’età, mi fece cenno di acquistarli perché poi mi sarebbero stati utili. Io non capivo: se non sapevo leggere  a che mi servivano i giornali?

La sirena di bordo, poco dopo diede il segnale della partenza e il bastimento incominciò lentamente a staccarsi dalla banchina.

Dall’alto del ponte, caro tatillo, mentre la nave si allontanava, vi vedevo sempre più piccolo sventolare il fazzoletto. Poi solo una gran folla e fazzoletti svolazzanti al vento.

Non ebbi tempo di piangere preso dalle novità e dalle cose da fare.

A bordo, ci sistemarono in terza classe, scendemmo tre piani e ci fecero entrare in un immenso camerone che conteneva circa cento persone.

Ci assegnarono il posto: un pagliericcio steso sul pavimento con una coperta piegata e un salvagente.

Il locale era diviso in gruppi di sei persone, ad ognuno dei quali era assegnato un grosso recipiente di legno con un mestolo ed un secchio per il vino. Ad ogni passeggero una scodellina di metallo leggero ed un cucchiaio. A turno, ogni giorno, uno di noi andava in coperta a ritirare il rancio.

I bagni, oltre che fetidi, erano privi di carta igienica e perciò era indispensabile il possesso di un giornale.

Verso sera salii sul ponte a respirare un po’ d’aria pulita.

Il sole era tramontato da un pezzo e il cielo era pieno di stelle.

In lontananza si vedeva ancora il profilo della terra.

La nave sbuffando si allontanava e s’inoltrava nel mare aperto.

Stanco, mi appoggiai sulla balaustra, e guardando le stelle cercai di individuare quella più grande che vedevo dalla terrazza di casa nostra.

Mammella mia, fu in quel momento che pensai tanto a te, e capii che per molto tempo non ti avrei più rivista.

Mi sarebbero mancati i tuoi abbracci, le tue carezze, non sarei stato più il tuo bambino.

Come me, altri guardavano il mare e forse avevano gli stessi pensieri.

La casa, l’orticello, il paesello natio, gli amici d’infanzia, la chiesa, la piazza e le vie polverose che ci avevano visto protagonisti nei giochi infantili.

Giochi di fantasia, dove una pietra diventava un re e un castello un cumulo di terra. Una mazza di legno, il nostro cavallo ed un ramo secco, la spada. Ci rincorrevamo a giocare a briganti. Pum pum, facevano le nostre mazze puntate sul viso del compagno fatto prigioniero.

Mille giuochi, mille invenzioni in tanta miseria, nella polvere delle strade o nella terra dei campi ove qualche lucertola e gli uccelli che venivano a rubarci le piccole briciole di pane erano i nostri compagni fedeli. Avere un cane per giocarci era poi il massimo.

E intanto la nave si allontanava...

Il mio pensiero correva a te mammella mia, quando correvo dietro alla tua sottana. Ti seguivo per la strada mentre tu scendevi in paese a fare qualche spesuccia.

Per non vedermi più piangere mi portavi con te, mi aggiustavi il pantaloncino con le toppe dietro il sedere, con l’acqua del ruscelletto che correva ai bordi della strada mi davi una lavata al viso ed io felice, scalzo, ti davo la mano ed entravo nella bottega. Ricordo ancora un recipiente di vetro pieno di paline colorate, che mi incuriosivano, seppi poi che si chiamavano caramelle, e che piacevano tanto ai ragazzi.

Rammento le carezze che la zia del negozio mi faceva e le parole belle che mi diceva: “che bel ragazzo, che riccioli biondi, che occhi verdi, com’è intelligente”! E tante moine. Mi faceva piacere sentirle, capivo che quella zia mi voleva bene, però il mio sguardo era sempre verso le palline colorate, che la brava donna non mi regalava mai ed io mi vergognavo di chiedertele, mammela mia.

Poi davanti ai miei occhi, mammella, correva sempre la tua immagine, tu così protettiva nei miei confronti, ultimo nato, nell’età ormai matura, mi dicevi per consolarti o per consolare me, che non capivo, che io sarei stato - il bastoncino della tua vecchiaia- Spesso tu cadevi a terra svenuta e ti sentivi male e dopo che tatillo, ti dava da mangiare a viva forza un tozzo di pane duro bagnato nell’acqua e un bicchiere di vino rosso, riprendevi colore e come niente seguitavi a lavorare.

Ora capisco che i tuoi svenimenti dipendevano dalla fame e dalle privazioni.

Ricordo mammella mia, che poiché io ero il più piccolo, tu, tatillo e i miei fratelli, mi conservavate qualche pezzo di pane bianco, che rare volte adornava la nostra mensa.

Ancora ricordi. Gli amici d’infanzia, una bimba vicina di casa con cui giocavo...

I miei erano ricordi di ragazzo. In fondo, pensavo, era un’avventura, era tutto una scoperta.

Su quel carico di speranza vi erano genitori, madri con figli al petto, gente adulta e avvezza ad ogni fatica.

Si andava in una terra ignota in cerca di lavoro e di un pezzo di pane. Vestiti male, ignoranti e affamati.

Nel cuore in ognuno di noi c’era la determinazione e l’intima persuasione di riuscire e di non fallire.

Caro tatillo e mammella, non voglio più annoiarvi descrivendovi la vita triste di bordo, so solo che dopo alcuni giorni che scesi dalla nave avevo ancora nelle narici la puzza d’acido fenico e la tanfa di coloro che soffrivano il mal di mare.

Per lunghi giorni mi accompagnò lo schifo dei pidocchi.

Dopo ventitre giorni di navigazione arrivammo a New Yorck Ellis Island. Nel porto, prima di scendere ci tennero a bordo due giorni per le visite mediche.

Finalmente a terra! Non mi sembrava vero dopo tanti giorni di mare.

Nicola mi accompagnò alla stazione e mi mise su un lungo treno diretto a Croton, un paesino che lambisce il grande fiume Hudson nello stato del New Jersey.

Prima di lasciarmi mi appuntò sul petto del taschino un cartoncino con il mio nome e cognome e mi disse di scendere all’ultima stazione dove mi attendeva zio Orazio, un altro nostro compaesano. Avrebbe pensato lui a sistemarmi e ad avviarmi al mio nuovo lavoro.

Caro tatillo e mammella, si è fatto tardi e domani mi devo alzare alla quattro per andare a lavorare, vi racconterò il resto in un’altra circostanza.

Vi abbraccio vostro Pietro

 

 

Il lavoro

Caro tatillo e mammella, io sto bene come lo stesso spero di voi e tutta la famiglia. Riprendendo il discorso, iniziato nella mia precedente lettera, dopo un interminabile viaggio, non ricordo più di quante ore, arrivai al capolinea, a Croton.

Era di sera, mentre scendevo con i miei bagagli, si fa per dire, un uomo mi chiama per nome, mi giro e vedo una persona robusta che mi tende le braccia e senza complimenti mi stringe a se.

Comprendo che è zio Orazio. Dopo gli abbracci e le raccomandazioni di circostanza, lui con fare sbrigativo, dopo il primo attimo di caloroso affetto, senza perdere troppo tempo, si avvia verso i binari della ferrovia.

Lo seguo, come un cagnolino bagnato, e poco dopo arriviamo ad una baracca di legno, era l’alloggio degli operai che lavoravano su quel pezzo di ferrovia.

La mattina del giorno dopo un capo squadra mi guarda dalla testa ai piedi, tocca le mie braccia muscolose e le mie mani callose, poi fa un cenno a zio Orazio e gli dice alcune parole in inglese, che non capi.

Da quel momento iniziai a lavorare per 10-12 ore al giorno con una paga di dieci soldi all’ora.

Avevo forza e volontà e voglia di apprendere, ma il lavoro era ugualmente duro e le traversine erano pesanti. In estate il caldo era opprimente umido e afoso, mentre d’inverno il gelo e la neve facevano perdere la sensibilità alle mani, orecchie e naso, era difficile sopportare tali temperatura di molto al di sotto dello zero.

Ormai parlavo abbastanza bene l’inglese  e decisi di cercare un lavoro più leggero nella vicino città di Paterson, nello stato del New Jersey. Avevo saputo che il quella cittadina, che era diventata la capitale della seta, da molti anni si era formata una piccola colonia di italiani provenienti dal Nord Italia: Vercelli, Biella, Como, Prato, città dove già si lavoravano i filati.

Si diceva che la maggior parte degli emigranti erano andati via dalla nuova Italia perché le loro idee politiche erano diverse da quelle del Governo, ma soprattutto per la miseria, la mancanza di lavoro e le tante tasse.

Dopo essere stato esaminato da capo a piedi dal Capoccia, fui assunto in una fabbrica di seta.

Mi assegnarono in un grande deposito ove mettevo a posto le balle di merce e tenevo in ordine il locale.

Presto feci conoscenza con gli altri italiani.

Si riunivano spesso, in particolare i più giovani, nel solito bar gestito da italiani. Fra una birra ed un’altra si parlava sempre dell’Italia e di politica.

Tutti erano d’accordo che la nuova Italia era partita con il piede sbagliato e che  Umberto I non era un buon Re perché non capiva i problemi dei contadini e per mantenere l’ordine pubblico si avvaleva spesso della repressione dell’esercito.

Mi raccontavano che a Milano, in una manifestazione di operai il Re aveva dato ordine al generale Bava Beccaris di sparare sui dimostranti. I soldati, con il nuovo fucile, “Modello 91, a sei colpi, più leggero del vecchio Wetterly a un solo colpo, uccisero decine di manifestanti e si ebbero moltissimi feriti

In seguito, il Governo si giustificò sostenendo che quella non era stata una semplice manifestazione di protesta ma l’inizio di una rivoluzione che avrebbe messo seriamente in pericolo l’esistenza della monarchia.

A Paterson, nei locali di raduno degli italiani, si parlava solo di  anarchia, rivoluzione, attentati e di vendette. Spesso, si faceva a botte perché si era divisi sul modo di eliminare un ministro o di uccidere un regnante.

Caro tatillo, in verità incominciai ad aver paura e a diffidare di questa gente che parlava sempre di pugnali, di anarchia e di preparare la rivoluzione in Italia.

La polizia della città lasciava correre e non interveniva.

Molti si vantavano di aver partecipato in Europa a degli attentati ed ora si reclutavano nuovi volontari per una certa missione in Italia.

Io che ero nuovo dell’ambiente, quando la sera,  andavo in qualche ristoro italiano a bere una birra, venivo guardato con diffidenza. Volevano sapere da dove venivo, le mie idee politiche e tante domande personali. In seguito fui preso in simpatia e trattato quasi come uno di loro.

M’invitarono più volte a partecipare a certi raduni ritenuti segreti e mi fecero capire di esercitarmi più spesso con la pistola e a maneggiare il pugnale.

Tatillo mio, ricordandomi delle tue raccomandazioni: “ stai lontano dai guai e fatti sempre gli affari tuoi”, dopo un anno andai via e ritornai al mio vecchio lavoro, a Croton.

Seppi poi che a Paterson si era organizzato il centro anarchico più importante degli Stati Uniti.

Caro tatillo e mammella vi bacio e vi abbraccio vostro figlio..., a proposito fatemi sapere qualche novità del paese. Vi abbraccio.

di Pietro Zerella

 


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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 23 Settembre 2013 17:32 )  


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