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VIA PEPPONE DICIANNOVE OMICIDI di Pietro Zerella

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Il villaggio era piccolo, poche case ai piedi di una montagna. Una volta contava un centinaia di anime, poi per la miseria, la mancanza di lavoro, i giovani emigrarono in massa.

La zona era ricca di fitti boschi di querce, acacie e pini, una volta rifugio di ladri e briganti.

Passarono gli anni e arrivarono il benessere, il miracolo economico e tornarono gli emigranti.

Il villaggio rinacque  s’ingrandì e si ripopolò.

Il Sindaco e la Giunta pensarono che fosse giunto il momento di imporre un nome alla strada principale.

 

In un consiglio aperto dove anche il pubblico poteva prendere la parola, il sindaco, un tipo alto e corpulento con lunghi baffi e senza l’ombra di un capello, ma con l’aria di sapere molto di più dei suoi amministrati, richiamato il silenzio in aula prese la parola: “Amici, concittadini, miei elettori (la maggioranza della popolazione votava per lui), oggi è un giorno memorabile per tutti noi, finalmente siamo in grado di assegnare un nome alla nostra strada principale (era l’unica degna di quel nome), dobbiamo intestarla a un personaggio che ha dato lustro alla nostra cittadina, qualcuno dei nostri avi ricordato con rispetto e conosciuto da tutti”. – Guardandosi intorno per capire se il pubblico lo seguiva riprese: “ E’ inutile assegnare il nome a Garibaldi, Mazzini o Vittorio Emanuele, tutte persone rispettabili e – facendo sfoggio della sua cultura- sarebbero offesi essere ricordati da un piccolo villaggio, eroi che hanno fatto l’Unità d’Italia, ” un lungo respiro e allungò la mano alla bottiglia per dissetarsi con un lungo sorso di vino rosso locale, era uso che nelle pubbliche riunioni al tavolo della presidenza non si servisse acqua ma vino per fare pubblicità alla produzione locale – così si diceva. –

 

Il pubblico incuriosito si domandava chi poteva essere una tale autorità. Il sindaco continuando: “ Purtroppo tutti sapete che il nostro paese non ha dato natali a grandi personaggi, scrittori o poeti, generali, eroi o santi, niente di niente, non possiamo annoverare nessuno, la nostra contrada per fortuna non è stata un campo di battaglia da essere famosa e ricordata, perché il nostro villaggio nascosto fra i boschi e sotto una montagna, isolato da altre comunità non è stato mai considerato un luogo strategico, quindi amici suggeritemi voi a chi va l’onore della Via.

Un compaesano gridò: “Facciamo un referendum come in democrazia”, tutti si voltarono verso chi aveva avuto questa brillante idea, e applaudirono.  La proposta fu messa ai voti e accettata all’unanimità. Si sarebbe votato tra un mese.

In paese vi fu un grande fermento per ricordarsi di qualcuno degno di avere una strada intestata.

Si passarono in rassegna tutti i personaggi del passato ma nessuno si ricordava di qualcuno famoso ma solo di “ Peppone u brigantu”, spauricchio dei bambini: “faccio venire Peppone e ti porta via…”  gridavano le mamme per spaventare  i figli. Non è possibile! Proprio Peppone “u brigantu” quello che commise diciannove omicidi, sussurrava la gente ancora con paura.

Peppone… era vissuto al tempo di Garibaldi e aveva fatto parte della banda di briganti di Donatello detto Crocco della Basilicata che si era battuto a favore dei Borbone contro i piemontesi; Tutti sapevano che Peppone era stato un brigante sanguinario. Non aveva ucciso per fini patriottici ma solo per un sacco di farina, un prosciutto o un dispetto. Aveva commesso diciannove omicidi e alla fine condannato all’ergastolo era stato rinchiuso nel penitenziario di S. Stefano, dove era morto tra l’indifferenza di tutti.

La leggenda lo aveva reso famosa solo per la sua crudeltà. Aveva ucciso e seviziato le sue vittime senza un briciolo di pietà, eppure da ragazzo era stato bravo, poi all’età di venti anni un signorotto di un paese vicino aveva stuprato sua sorella. Giuseppe, poi chiamato con disprezzo Peppone, per vendicare l’onore della sorella, uccise il farabutto. Peppone si diede alla macchia e da allora uccidere era diventato per lui come bere un bicchiere di vino.

Passarono tanti anni, non si pensò più al brigantaggio ma Peppone non fu dimenticato. Per le mamme era il terrore dei figli.

La popolazione del villaggio non ricordava altre persone che si erano distinte nel bene o nel male tranne di  Peppone che al solo nominarlo incuteva ancora timore.

Arrivò il giorno delle votazioni e i risultati furono sorprendenti Il cento per cento dei votanti votò  “Peppone diciannove omicidi”.

Il sindaco e la giunta rimasero esternati su quel nome, ma la volontà popolare aveva espresso il suo giudizio e quindi per amore della democrazia fu accettato di intestare la nuova strada:”Via Peppone diciannove omicidi”.

Purtroppo la cosa non finì così.

Quando fu trasmessa la notizia alla prefettura, il giorno dopo arrivò al Municipio il Prefetto scortato dal Questore e dal Colonnello dei carabinieri. Furono riuniti nella sala del consiglio il sindaco con tutta la giunta per dare spiegazione alle autorità sull’intestazione della strada tanto originale: “Ma come vi siete permessi di assegnare quel nome alla via, non sapete che rischiate la galera per apologia di reato?” Disse il Prefetto accigliato, come stesse trattando con dei criminali. Il sindaco e la giunta rimasero esterefatti per quella minaccia. Ma il sindaco che la sapeva lunga, aveva fatto anni di politica, riavutasi da quella sparata, con calma: “ Mi meraviglio di voi tutori della legge che avete interpretato in modo negativo il significato dell’intestazione della Via a Peppone diciannove omicidi. L’intento della popolazione era: “Via Peppone diciannove omicidi, ovvero, via i mafiosi, via la camorra e via tutti i malavitosi. Caro Prefetto il nostro villaggio è un aggregato di contadini, gente semplice e onesta e abbiamo voluto ricordare a chi arriva alle nostre contrade, tenendo presente il brigante Peppone,  che non sono tollerati  briganti, mafiosi e i delinquenti in genere, quindi via la malavita”. Il Prefetto, il Questore e il Colonnello dei carabinieri sembrarono accettare quest’ originale tesi e dopo un bicchiere di vino e una stretta di mano con gli amministratori, lasciarono perplessi il villaggio.

Fra la gente del paese con un finto sorriso e a mezza bocca si sussurrava, guardando verso le autorità che si allontanavano: “Contadini scarpe grosse e cervello fino” e giù una grossa risata.

 

di Pietro ZERELLA

RACCONTO pubblicato sul Sannio Quotidiano del 27.8.2013 – selezionato come racconto dell’anno

 

 

 


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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 23 Settembre 2013 17:13 )  


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