Home Cultura I Sanniti e Benevento nella storia - di Pietro Zerella

I Sanniti e Benevento nella storia - di Pietro Zerella

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I Sanniti (o Sabelli) furono un antico popolo italico stanziato nel Sannio, corrispondente agli attuali territori della Campania settentrionale, dell'alta Puglia, di gran parte del Molise, del basso Abruzzo e dell'alta Lucania. Diverse tribù riunite nella Lega sannitica, estesero nel corso della prima metà del I millennio a.C. la propria area d’influenza, fino ad arrivare a comprendere i loro vicini meridionali, gli Osci. Nel IV secolo a.C. vennero in contatto con la Repubblica romana, allora  potenza in espansione. Tra il 343 e il 290 a.C. le tre Guerre sannitiche sancirono la supremazia dei Romani i quali non avevano dimenticato l’umiliazione subita alle Forche Caudine.


Alla fine, gli stessi vincitori riconobbero i sanniti come: “nemici forti, indomiti, degni del massimo  rispetto”.

L’arco di Traiano, gli anfiteatri e tante vestigia, ricordano il grande impero romano, poi il declino  (476 d.C.) per l’invasione dei barbari e la calata dei Longobardi prima nel nord (568 con capitale  Pavia), e poi nel Sannio (570- 575), con capitale Benevento.

Nel Ducato Longobardo di Benevento, dopo la caduta di Pavia per opera di Carlo Magno (774), 

Arrechi I elevò il Ducato in Principato e Arrechi II fece battere moneta con la sua effige.

Le maestose mura che cingono la città, la scrittura Beneventana, la chiesa di Santa Sofia, le monete  e altre testimonianze, ricordano ancora oggi i circa cinque secoli di dominio longobardo che si estendeva su gran parte dell’Italia meridionale.

Alla sua caduta (1077), si sovrappose il dominio dei Papi e la nascita del Ducato Pontificio di  Benevento.

I secoli bui delle invasioni barbariche, il triste medioevo, il periodo delle occupazioni straniere della  penisola, avevano reso gli italiani apatici e indifferenti: “Francia o Spagna purché se magna”.

Per risvegliare le coscienze degli italiani, vani erano stati i tentativi di Dante (1265-1324): “Ahi
serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta…”.

Due secoli dopo, ci provava Macchiavelli (1469-1527) che aveva creduto di individuare “il
nocchiere” (Il Principe) in Cesare Borgia, capace di unificare l’Italia, ma fu deluso anche lui.

Poi il vuoto e l’assuefazione a ubbidire allo straniero per circa altri tre secoli.

Infine il risveglio.

La meravigliosa “epopea Risorgimentale”, i martiri della carboneria e della Giovane Italia, lo  Spielberg, la spedizione dei Mille, tutto sembrava bello, facile, romantico, avventuroso: quel popolo  oppresso sarà finalmente liberato dagli stranieri e dal tiranno Borbonico.

Liberali e avventurieri di tutto il mondo accorsero entusiasti sotto la bandiera di Garibaldi, l’invincibile, l’eroe del momento.

La marcia irresistibile delle camice rosse verso Napoli, l’ingresso trionfale nella capitale del Regno  delle due Sicilie di Garibaldi (7 settembre 1860), dopo la fuga di Francesco II a Gaeta e la sanguinosa battaglia del Volturno, sembrava tutto un sogno.

Poi arrivò il freddo incontro di Teano nel quale Vittorio Emanuele mise fine alla marcia di Garibaldi  umiliandolo con e i suoi volontari.

Il 3 settembre 1860 i Beneventani con la partecipazione di patrioti dei paesi vicini, sotto la guida del  garibaldino Salvatore Rampone, con una rivoluzione incruenta, avevano liberato Benevento  mettendo fine al Ducato Pontificio, dopo otto secoli di alterne vicende.

Garibaldi alla notizia, con decreto, sanciva la nascita della Provincia Sannita con capoluogo Benevento.

Questa fu la prima città del meridione ad affrancarsi da sola e aver permesso al Generale di entrare, senza sparare un solo colpo, nella capitale del Regno di Francesco II, avendo le spalle libere, perché  l’esercito borbonico, dopo la liberazione della città pontificia, per non essere accerchiato, si era ritirato nelle fortezze di Capua e Gaeta.

L’Italia finalmente unita.

Un sogno, una lieta avventura, fin quando i liberatori non si comportarono da conquistatori.

La discesa in massa dei piemontesi, le nuove leggi, il disprezzo verso i meridionali per essere razza  inferiore, secondo le tesi del criminologo Lombroso e di molti deputati e ufficiali del nuovo esercito italiano e il trasferimento di fabbriche, cantieri navali e soldi al Nord provocarono nell’ex Regno  delle due Sicilie, delusione, miseria e disoccupazione.

Il mal governo sfociò nei disordini e nella reazione della povera gente: dei contadini con le pezze al  culo. La conseguenza fu una lunga guerra civile con i massacri di Pontelandolfo e Casalduni da parte dell’esercito del generale Ciadini, e, poi, la famigerata Legge Piga, chiuse definitivamente nel
sangue, la partita dell’insurrezione e del brigantaggio.

Per gli sconfitti fu la prigionia nei campi di concentramento del Nord e l’agonia nell’orrida fortezza  di Fenestrelle.

Oggi gli abitanti della Provincia del Sannio sono il sangue e gli eredi di quel fiero popolo che tenne  impegnato i romani per decenni.

Poi…, la crisi economica, un decreto dei soliti: “ homines novi”! Perché in giro non si vedono “grandi uomini” capaci di progetti innovativi. Questi, ignorando la cultura, con un colpo di penna,  per motivi prettamente economici annullano semplicisticamente, una gloriosa pagina di Storia e di  sapere, nata tra i monti nei secoli passati e conservata integra fino ai giorni nostri.

 


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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 24 Agosto 2011 17:16 )  


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