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La Carboneria e i nostri bisnonni - di Pietro ZERELLA

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NEL 150° DELL’UNITA’ D’ITALIA
LA CARBONERIA E I NOSTRI BISNONNI
(Arpaise-Ceppaloni-San Leucio)
di Pietro ZERELLA

Il nome "Carboneria" derivava dal fatto che i settari dell’organizzazione
avevano tratto il loro simbolismo ed i loro rituali dal mestiere dei carbonai,
ovvero coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto. Come in ogni
società segreta, chi si iscriveva alla Carboneria non ne doveva conoscere tutte
le finalità fin dal momento della sua adesione: gli adepti erano infatti
inizialmente chiamati "apprendisti" e solo in seguito diventavano "maestri" e
dovevano impegnarsi a mantenere il più assoluto riserbo, pena la morte. L’
organizzazione, di tipo gerarchico, era molto rigida: i nuclei locali, detti
"baracche", erano inseriti in agglomerati più grandi, detti "vendite”, che a
loro volta dipendevano dalle "vendite madri" e dalle "alte vendite".
Gli affiliati dovevano mantenere il più stretto riserbo, non affidare a
scritti o documenti le tracce di un'attività che, se scoperta dalla polizia
poteva portare in carcere o al patibolo.  Gli aderenti  aspiravano soprattutto
alla libertà politica e a un governo costituzionale. Essi appartenevano in gran
parte alla borghesia e alle classi sociali più elevate. Erano divisi in due
settori o logge: quella civile, destinata alla protesta pacifica e alla
propaganda, e quella militare, destinata alle azioni di guerriglia. Aderirono
alla setta, in maniera esplicita o implicita, famosi personaggi dell'Italia
risorgimentale: Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini da giovane, Ciro Menotti,
Pietro Maroncelli e molti altri personaggi.
La Carboneria nata inizialmente come forma di opposizione alla politica filo-
napoleonica di Gioacchino Murat, fece successivamente proseliti in Francia e
Spagna, puntando sulle libertà politiche e sulla concessione di una
costituzione nei paesi d Europa. Dopo la caduta di Murat, essa lottò contro il
Ferdinando I, re delle Due Sicilie e , contribuì, dopo il Congresso di Vienna
del 1815, a far assumere al movimento anche un carattere patriottico e
marcatamente anti-austriaca. La Carboneria nel 1820 organizzò a Napoli delle
rivolte di carattere anti-assolutistico e liberal-costituzionale che prendevano
spunto da quella effettuata a Cadice il 1° gennaio dello stesso anno: i due
ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati che avevano avuto l'adesione del
generale ex murattiano, Guglielmo Pepe, il 1° luglio marciarono da Nola  verso
il capoluogo campano alla testa dei loro reggimenti della cavalleria. Impaurito
dalla protesta, il re Ferdinando I accettò di concedere una nuova carta
costituzionale e l'adozione di un parlamento. La vittoria, seppur parziale,
illusoria ed apparente, causò molte speranze nella penisola e a Torino i
carbonari locali, guidati da Santore di Santarosa, marciarono verso la capitale
del Regno di Sardegna e il 12 marzo 1821 ottennero la costituzione democratica.
Tuttavia la Santa Alleanza non tollerò tali comportamenti e a partire dal
febbraio del 1821 spedirono un esercito nel sud che sconfisse gli insorti,
numericamente inferiori e male equipaggiati. Anche in Piemonte il re Vittorio
Emanuele I, indeciso sul da farsi, abdicò a favore del fratello Carlo Felice di
Sardegna, che chiese all'Austria di intervenire militarmente: l’ 8 aprile
l'esercito asburgico sconfisse i rivoltanti ed i moti del 1821-1822. Il 13
settembre 1821 il papa Pio VII condannava la carboneria come società segreta di
tipo massonico e i suoi aderenti furono scomunicati. Tra i principali capi
della Carboneria, Morelli e Silvati furono condannati a morte; Pepe andò in
esilio; Confalonieri, Pellico e Maroncelli furono incarcerati. Carbonari
parteciparono alla rivoluzione di luglio in Francia e poi contro lo Stato
Pontificio e Modena, ma furono di nuovo sopraffatti.
Questa ulteriore sconfitta fece capire a molti carbonari che militarmente,
soprattutto se da soli, non avrebbero potuto competere con l'Austria, una delle
più grandi potenze del Vecchio Continente: Giuseppe Mazzini, uno dei carbonari
più acuti, fondò una nuova società segreta chiamata Giovine Italia nella quale
sarebbero confluiti molti ex aderenti alla Carboneria che, ormai quasi senza
sostenitori, cessò praticamente di esistere, anche se la storia ufficiale di
questa importante società si sarebbe protratta stancamente fino al 1848.

I fermenti patriottici contagiarono gli abitanti delle nostre Colline. Gli
agenti segreti della polizia Borbonica erano molti attivi. Ogni paese era
tenuto sotto controllo.
Nelle nostre contrade, le riunioni e i contatti fra i carbonari erano
frequenti perché zone di confine, facilmente si passava da uno stato all’altro:
dal Regno delle due Sicilie (Ceppaloni) si andava nel confinate Ducato
Pontificio di Benevento (S. Leucio) e viceversa. Il Ducato Pontificio era più
tollerante con i ricercati carbonari di oltre frontiera.
Dallo studioso irpino, Vincenzo Cannaviello, da una relazione riservata, del
Consigliere d’intendenza di Avellino al Segretario di Stato, Ministro della
Polizia Generale di Napoli, riferendosi a quello che avveniva a Benevento e
provincia: “…In materia di opinioni  si discutono con indifferenza massima, ed
i settari si lasciano uniti nelle piazze, nei caffé, nei fondaci, ove in tutti
i giorni ed in tutte le ore alimentano le loro combriccole e le loro speranze.
Nessuno interesse prende in ciò l’Autorità locale, e quindi le riunioni sono
frequenti in tutte le case, negli abitanti delle campagne e nei paesi limitrofi
al Regno…”
La vendita di Ceppaloni (1821) era conosciuta come gli “Spartani delle
Termopili”
Facevano parte della Vendita, il sindaco Tommaso Festa di Casale di Cianche
(Beltiglio). Il cassiere Camillo Macrone “infetto”, D. Mariano Parente,
Vincenzo Frangione fu Giuseppe, Nunzio Barone, Nicola Catalano, Antonio
Pepiciello e Giuseppe Festa, tutti infetti. Il sindaco Tommaso Festa, poiché il
suo domicilio era distante da Ceppaloni, insieme al primo eletto Cosmo Bosco
furono esonerati dal Sovrano perché “settari” (cospiratori).
Polcari D. Vincenzo, sacerdote di Ceppaloni della Vendita  “I seguaci di
Jacopo Ortis” di Arpaise Fossasecca, e Giacomo Pepicelli, Gran Maestro della
Vendita, il 9 luglio 1820 parteciparono alla sfilata davanti la Reggia di
Napoli per chiedere la Costituzione.
Polcari, poiché ritenuto dalla polizia “influente rivoluzionario e
pericolosissimo” fu destituito dal pubblico insegnamento di scuola primaria.
Per gli stessi motivi, fu rimosso dalla carica di segretario Comunale,
Giuseppe Frangione.
Anche Lorenzo Barone, aiutante del Reggimento Dragoni di Ferdinando, fu
indicato come rivoluzionario e andò Esule in Tunisia insieme alla moglie Orsola
Blandini e al figlio Cesare. .
Barone per effetto  dell’Editto di clemenza  di Ferdinando II nel 1831 potè
far ritono a Ceppaloni con la famiglia ed altri tre di bambini nati in
Tunisia.
Tutta la famiglia Parente di Ceppaloni era considerata appartenente alla
Carboneria.
Noti carbonari erano i fratelli Giacomino, Saverio ed Agostino Pepicelli figli
di Francesco e Giovanna Mele, nati nella contrada Pizzirussi (Beltiglio).
Giacomo, come abbiamo scritto, era Gran Maestro della vendita.
Agostino, sesto di otto fratelli si mise in luce come carbonaro negli anni
1847/49, nei moti Sabariani (Benevento). Dopo la rivoluzione di Benevento, 3
settembre 1860), il Governo provvisorio nominava Agostino Pepicelli Capo della
Guardia Nazionale di S. Leucio, dove da poco si era trasferito ai Confini,  (il
Comune di S. Leucio gli dedicò una strada)
Saverio Pedicelli  col none di “Padre Illuminato” era considerato un “noto
settario, sospetto di intrighi politici”.
Dopo i fallimenti rivoluzionari della Carboneria e in seguito della Giovane
Italia, fondata da Giuseppe Mazzini, i movimenti del 1848-49 che infiammò gran
parte degli stati Europei, si arriva alla spedizione dei mille, 5 maggio 1860,
alla epopea garibaldina, fino al 17 marzo 1861: Vittorio Emanuele II assume il
titolo di Re d’Italia.


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Ultimo aggiornamento ( Sabato 05 Marzo 2011 15:37 )  


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